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In guerra e in amore di cabol
Categoria: Originali - GDR
Rating: Per tutti
Personaggi: Non indicati
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico
Note: Non indicate
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Capitolo pubblicato il 03-03-2010
Commenti al capitolo - 2

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Capitolo 8: Sottoterra


C"Se la devono sempre prendere con qualcuno... il perché non si sa!" (La febbre del sabato sera).

L’interminabile, umido fetore di muffa e rifiuti non aveva bisogno della vista per essere riconosciuto per ciò che era. Anche sotto il cappuccio che gli copriva la testa, Horace di Crimmor sapeva perfettamente di trovarsi a una trentina di piedi sottoterra, quasi certamente in una cloaca. Seguiva placidamente gli uomini del mago rosso verso il luogo segreto dove avrebbe incontrato la sfida per la quale era stato convocato. Si sentiva assolutamente tranquillo perché sapeva bene che, fino a quando non avesse completato la sua missione, sarebbe stato protetto e accudito. Ovviamente, se fosse riuscito a completarla, le cose avrebbero potuto cambiare. A dire il vero, Horace era certo che sarebbero cambiate. Ma la cosa non lo turbava affatto. Frequentava da troppo tempo gente di quello stampo per non avere già provveduto a prendere le sue precauzioni.

«Ci siamo quasi».

«Bene, cominciavo a essere stufo di questi profumi».

Scale. Interminabili con tutta quella pancia da portarsi dietro. L’idea di essere troppo grasso, comunque, non lo sfiorò nemmeno, aveva fatto troppa fatica a rivestirsi con quello strato di adipe. Si limitò a sbuffare e a proseguire stoicamente.

Dopo un alternarsi di salite e discese, il gruppo proseguì in corridoi umidi ma liberi dal fetore delle fogne. Il suono argentino di una cascatella d'acqua fece capire allo scassinatore di essere in un complesso di caverne sotterranee. Dopo ancora qualche minuto di marcia, un cigolio annunciò l'apertura di un portone pesante, verosimilmente metallico. Tutto ciò confermava che la meta dovesse ormai essere prossima.

I suoi sensi si acuirono. Era ragionevolmente sicuro che i problemi sarebbero comparsi entro breve tempo. Difficile ipotizzare che il proprietario della cassaforte avesse limitato a quella le proprie misure di sicurezza.

Camminarono ancora un po', scendendo una ripida gradinata, poi una svolta a sinistra.

Un sibilo acuto. Un tonfo. Udì brontolare qualcuno dei suoi accompagnatori. Dovevano avere attivato una trappola e un dardo aveva terminato la sua corsa contro il legno di uno scudo.

La parola idiota giunse nitida alle orecchie dello scassinatore, insieme al suono di uno schiaffo. Gli errori non erano ammessi, in quella spedizione. Horace storse la bocca. Dipendere in quel modo dagli altri gli provocava una sgradevolissima sensazione alla bocca dello stomaco.

«Non sarà ora che mi leviate questo sacco di testa?».

«Silenzio!».

Un borbottio fra due dei suoi compagni. Poi il sacco venne sfilato.

Sbatté gli occhi. Era in un corridoio di mattoni, vagamente illuminato da una torcia tenuta da uno degli uomini che lo accompagnavano. Resti di affreschi devastati dall'umidità e da segni d'incendio, gli suggerirono che doveva trovarsi in qualcosa di simile a un tempio sotterraneo. Subito dopo una svolta, vide una figura accucciata quasi al centro del passaggio. Uno scatto secco. La trappola era disarmata.

Dietro la curva del corridoio, un’imponente portone metallico sbarrava la strada. Gli uomini del mago cominciarono ad armeggiare intorno alla serratura. Lo sguardo esperto dello scassinatore notò subito qualcosa di allarmante.

«Attenti, ragazzi, c’è una trappola!».

«Cosa? Non c’è ...». Una nuvola di gas avvolse gli uomini più vicini alla porta. Immediatamente, Horace si sentì trascinare all’indietro.

«Ehi, aiutate quei disgraziati!».

«Stai fermo qui. ci pensiamo noi».

Immediatamente, gli uomini intossicati furono trascinati lontano dalla nuvola ma, nonostante gli sforzi, non ci fu modo di far loro riprendere conoscenza. Horace osservò con preoccupazione i volti pallidi delle vittime della trappola. Aveva già visto quel gas in azione e sapeva che sarebbero occorsi molti giorni o l’opera di un abile guaritore per rimettere quegli uomini in condizione di muoversi.

Uno scatto metallico e il portone si spalancò, rivelando una stanza il cui pavimento pareva coperto da una strana luminescenza. Al centro della stanza, troneggiava un grosso forziere.

Un uomo alto, dal volto malconcio e con un vistoso gibbo sulla schiena si rivolse allo scassinatore.

«Ora tocca a te, facci vedere quanto sei bravo».

Horace sollevò un sopracciglio. Ancora quel gobbo. Come angelo custode lasciava alquanto a desiderare.

«Assicurati che nessuno possa entrare in questa stanza. Ho bisogno di lavorare in assoluta tranquillità».

Borghy, che pareva essere il capo della scorta lo guardò dubbioso.

«Gli ordini sono di non lasciarti mai solo».

Lo scassinatore sospirò.

«Vedi questa luminescenza sul pavimento? Sai cosa significa?».

L'uomo lo guardò indeciso e Horace proseguì.

«Significa che sul pavimento c'è una trappola. Occorre muoversi secondo un percorso preciso, segnalato da variazioni di luminosità delle piastrelle, che cambia continuamente. Un passo falso e finisci incenerito. Ora che lo sai, se mi vuoi seguire, accomodati».

***

L’uomo di guardia alla fossa sonnecchiava sulla seggiola. La prigioniera non poteva certamente scappare ma, per sicurezza, lui aveva piazzato la sedia sulla quale stava pisolando beatamente proprio sopra la botola di pietra. Nessuno sarebbe mai potuto uscire di lì, senza che lui se ne accorgesse, sicché poteva beatamente godersi quel tranquillissimo turno di guardia.

Quasi soffocò quando qualcuno gli versò del liquido in gola. Emise un suono strozzato, costretto a ingoiare quella roba amara per non restare asfissiato. Uno, due colpi di tosse, alcune immagini sfuocate, poi il sonno lo avvolse nel suo mantello e lo portò in mezzo a stranissimi sogni.

***

Arel richiamò il potere di visione notturna, esplorando la cella dove l’avevano rinchiusa. Il termine fossa era appropriato. Si trattava di un locale più o meno circolare, scavato nella pietra grezza, umido e buio, il cui fondo era pressoché completamente coperto da paglia ammuffita, sotto la quale di tanto in tanto si avvertiva qualche movimento sospetto.

Topi, pensò la ragazza, per nulla turbata da quella compagnia. Esaminò le pareti. Non era facile ma si potevano scalare. Ma per andare dove? La botola era chiusa ed era in metallo massiccio. Uscire di lì non sarebbe stato uno scherzo. Un brivido le percorse la schiena.

Si chiese se sarebbe riuscita a cavarsela da quella situazione scabrosa.

Sedette sulla paglia abbracciando le ginocchia, la mente impegnata a valutare quali probabilità ci fossero di uscire da quella prigione. Rimase così per un tempo indefinibile, che a lei parve un’eternità.

Un fruscio la riscosse. Dalla paglia emerse un muso affilato e due piccoli occhi neri presero a osservarla.

«Ciao, topo».

Le vibrisse dell’animale si mossero nervosamente.

«Sei gentile a farmi compagnia, io sono Arel, tu chi sei?».

Il roditore la guardò perplesso.

«Come ti trovi qui? A me non è che piaccia molto, sai?».

Uno sguardo sdegnato la trafisse, mentre il muso bruno fremeva vivacemente. In fondo, quella era la sua casa. Arel sorrise a quel pensiero. Era lei ad essere ospite.

Improvvisamente l’animaletto scomparve. Un suono metallico giunse dall’alto.

La luce entrò violentemente nella cella, ferendo gli occhi della ragazza. In realtà si trattava solo del tremulo chiarore di una lanterna ma in quel buio fitto e persistente ebbe l'effetto di un lampo che spezza improvvisamente l’oscurità di una notte nuvolosa.

«Presto, sali». Una voce femminile, calma e ben modulata nonostante l’urgenza del momento, raggiunse la ragazza, provenendo dalla stanza di sopra. Una corda ruzzolò giù dalla botola.

La misteriosa assassina? Arel era ragionevolmente convinta che si trattasse di lei. Si chiese cosa potesse volere ma mise immediatamente da parte quel pensiero. In quel buco era assolutamente inerme, fuori di lì poteva sempre far valere il suo indubbio talento di combattente e cambiare le carte in tavola. Afferrò la fune e salì, agile come uno scoiattolo.

«Vieni, abbiamo poco tempo».

I capelli dorati e gli occhi scurissimi permisero alla giovane guerriera di confermare i suoi sospetti. L’Oleandro Nero era davanti a lei, il volto severo imperscrutabile. Amica o nemica? Arel decise che era meglio affrontare subito il problema.

«Un momento. Tu chi sei?».

L’assassina le scoccò un'occhiata divertita.

«Non dirmi che non lo sai ... » lanciò uno sguardo alla guardia addormentata e alla porta. «Le presentazioni a dopo. Rischiamo seriamente che ci scoprano».

Senza dir altro, aprì la porta della stanza e scivolò fuori, nel buio del corridoio, schermando la lanterna. Arel la seguì silenziosamente, stranamente tranquillizzata.

***

Horace si muoveva cautamente, gli occhi fissi sul terreno. Ogni tanto si fermava, attendendo che la luminosità delle piastrelle intorno a lui cambiasse, fino a quando non reputava sicuro procedere. Dalla porta aperta, i tre uomini della scorta rimasti indenni dalla trappola a gas lo osservavano preoccupati. La loro missione era di assicurarsi che lo scassinatore riuscisse nel suo compito, proteggendolo e sorvegliandolo fino alla fine dell'impresa. D'altronde, come egli stesso aveva ricordato loro, quella stanza non aveva altre uscite ed era sufficientemente illuminata da permettere loro di controllarlo continuamente. E quel pavimento aveva un'aria davvero poco rassicurante.

Avevano adagiato i loro compagni privi di sensi ai lati del corridoio e se ne stavano affacciati alla porta, non osando mettere un piede al di là della soglia, con gli occhi incollati al grasso ladro che si muoveva goffamente ma con estrema precisione, avvicinandosi lentamente al forziere.

Quando il gas li raggiunse, non si resero neppure conto di stare perdendo i sensi.

***

Nell'oscurità l'assassina si muoveva con sicura eleganza e Arel cercava di tenerle dietro il più silenziosamente possibile. Non conosceva affatto quel luogo mentre la sua compagna dava l'impressione di sapere perfettamente dove si trovava e dove dirigersi. Scesero e salirono lunghe scalinate, percorsero corridoi umidi e bui, in un interminabile viaggio fra odori e suoni generalmente sgradevoli.

A un tratto, le narici della giovane guerriera fremettero nel riconoscere il profumo del mare. L'uscita dal sotterraneo non doveva essere più molto lontana. Un sospiro di sollievo le sfuggì.

«Stai attenta» sussurrò l'Oleandro Nero «fra poco incontreremo qualcuno che sorveglia l'uscita. Se riusciamo a non farci scoprire ora, siamo in salvo».

«Hai idea in quanti siano?».

«In genere sono in due. Aspettami qui, vado a vedere».

Arel si chiese perché non aveva obiettato nulla. Si stava affidando completamente a un'assassina nota per la sua pericolosità, della quale in circostanze normali non si sarebbe mai fidata. Ma in quella faccenda, ormai, c'era assai poco di normale.

Perché mi sta aiutando?

Tutto sommato se lo immaginava. “I nemici dei miei nemici sono miei amici”, il vecchio detto valeva sempre, anche se Arel tendeva ad aggiungere “almeno finché non provano a farmi fuori”. Quale fosse il ruolo dell'Oleandro in quella faccenda era piuttosto evidente, almeno per lei. Le lacrime versate sulla bara del ladro le erano rimaste impresse nella mente. Quella donna intendeva vendicare l'uomo che aveva amato. E per questo si era schierata contro quello che fino ad allora era stato il suo mondo. Anche se la luce che brillava negli occhi dell'assassina non aveva nulla di freddo. C'era determinazione, non odio. Scosse la testa. Stava formulando un po' troppe ipotesi su cose e persone che non conosceva abbastanza. Si chiese se la sua, pur breve, carriera di avventuriera spesa fra elfi scuri e paladini non l'avesse resa un po' paranoica.

Quel che Arel, davvero, non riusciva a capire era quale fosse il suo ruolo in quella vicenda. Non conosceva nessuno dei contendenti. Non sapeva nulla di politica. Non aveva nulla a che fare con la gilda. Non aveva mai avuto a che fare con Blackwind né con l'Oleandro. Insomma, lei cosa c'entrava?

Sobbalzò quando vide spuntare accanto a sé i capelli dorati della sua misteriosa compagna.

«Sono due ma non c'è modo di passare. Dobbiamo liquidarli».

«Intendi ucciderli?».

«Solo se sarà necessario, preferirei metterli a dormire per un po'».

Arel scoccò un'occhiata incuriosita alla donna. Perché un'assassina spietata si faceva scrupoli a uccidere due sentinelle?

«Come possiamo fare?».

«La disciplina non è il loro forte. C'è una bottiglia vicino a dove sono appostati e sono certa che ogni tanto vi si attaccano, basterebbe versarci il contenuto di questa fialetta. Però non vedo come potrei riuscirci, bisognerebbe distrarli».

«Se riuscissi ad avvicinarmi abbastanza, potrei provarci io».

«Come? Ti vedranno o sentiranno. A meno che... uno dei tuoi poteri?».

«Come lo sai?».

«Poi ti spiego. A che distanza devi avvicinarti?».

***

Nebbia.

Mal di testa.

Un'ombra.

Una voce.

Qualcuno lo stava aiutando a sollevarsi in piedi.

«Forza, reggiti a me e filiamo».

Non capiva ma non poteva fare altrimenti. Le gambe non lo stavano sorreggendo. Si aggrappò al compagno e riuscì con molta fatica ad alzarsi.

I primi passi furono un incubo ma, dopo qualche interminabile istante, riuscì a comandare gli arti in maniera decente.

La nausea lo stava torturando.

Nebbia.

Perché vedeva così male?

Si sostenne come poté al suo sbuffante alleato e avanzò nel buio, chiedendosi dove si trovasse e dove stessero andando.

La testa pareva volesse scoppiare.

«Ce la fai?».

«Non so … dove siamo?». Il suo sostegno si fermò improvvisamente, facendolo vacillare.

«Andiamo bene, sei tu la mia guida, te lo ricordi?».

Guida?

Cercò di allontanare la nebbia dai ricordi.

Ansia.

La missione. Lo scassinatore. Il mago rosso.

Angoscia.

«Cos'è successo?».

«A dire la verità, speravo potessi spiegarmelo tu».

Ancora tanta nebbia.

Un'ombra massiccia di fronte a lui. Lo scassinatore?

Ricordi confusi. I compagni.

«Dove … dove sono i miei uomini?».

L'ombra si avvicinò. Due occhi emersero dall'ambiente lattiginoso, fissandosi nei suoi.

«Mi stai dicendo che non lo sai? Eri solo, quando sono tornato. Pensavo li avessi allontanati tu».

«Io? No, non credo, almeno».

Angoscia.

«Ascoltami bene, Borghy: eri solo quando ti ho raggiunto. Il corridoio era deserto. Come hanno fatto a sparire? E tu perché dormivi?».

Nausea.

Un senso di panico stava rapidamente crescendo nella sua mente confusa.

«Non so … non ricordo nulla … sto male».

Il pavimento luminoso. L'ultima cosa che ricordava.

Nella voce dell'ombra stava comparendo una certa impazienza.

«Ascoltami, se non ti dai una svegliata, restiamo qui. Io non ho idea di dove andare».

Uno sguardo smarrito.

L'ombra sbuffò.

«Mi senti? Andiamo fuori da questa specie di tempio. Poco prima di entrare qui ho sentito che c'era dell'acqua, forse potrà aiutarti a riprenderti un po'».

Un mugolio d'assenso.

***

Arel quasi non ci credeva.

Tutto era andato liscio come l'olio. Con l'aiuto della sua compagna di fuga e dei suoi poteri psionici, era riuscita a drogare il vino delle guardie che russavano beate mentre le due donne erano sgattaiolate fuori dal covo della gilda. Probabilmente avrebbero impiegato un bel po' prima di accorgersi della loro evasione.

I vicoli del porto le parevano particolarmente opprimenti. Aveva bisogno di luce e calore. Una bettola ancora illuminata pareva fare proprio al caso loro. Entrarono e sedettero in un angolo.

«Sono riuscita a intrufolarmi in uno dei covi segreti della gilda e ho potuto assistere a un istruttivo colloquio fra Elkanjuv e uno di quei maghi orientali dalle vesti rosse».

L'Oleandro Nero parlava rapidamente, con un dolce accento sembiano, quasi sorprendente in una creatura tanto spietata. Sedeva con le spalle appoggiate al muro e i suoi occhi brillanti si spostavano continuamente fra la sua interlocutrice e la porta del locale. Arel si era piazzata accanto a lei, evitando accuratamente di volgere le spalle agli altri ospiti della taverna. Era improbabile che fossero state seguite da qualcuno, comunque la prudenza non era mai troppa, in quei frangenti.

«Alcuni anni fa, circa una decina, la città fu sconvolta da un sanguinoso complotto che mirava a mettere il potere in mano a un’organizzazione segreta. La congiura fallì ma giunse a un passo dal riuscire e uno dei granduchi ci rimise la pelle. I congiurati furono sterminati nel loro covo, nel sottosuolo di Baldur’s Gate e si pensò che la faccenda fosse chiusa lì. In realtà, negli ultimi giorni, quando davvero si temette che il potere dei granduchi fosse giunto al termine, alcuni cittadini influenti si fecero prendere dal panico e tentarono un abboccamento col capo dei congiurati. Le lettere comprovanti il tradimento di quegli onorati cittadini non furono mai trovate».

Arel seguiva con attenzione le parole della donna. Quanto era accaduto cominciava ad assumere un senso meglio definito e nella sua mente molte domande stavano trovando una risposta.

«Il mago e il suo capo, un individuo che si fa chiamare Snake e che è al comando di una fazione della gilda alquanto turbolenta e che vuole prendere il posto di Ravenscar, sono in possesso di quelle lettere, o almeno di gran parte di esse. Con quella minaccia tengono in pugno molti cittadini illustri e manovrano per acquisire ancora più potere».

Arel impallidì. Il significato di quanto stava apprendendo andava ben oltre quanto si era immaginata. In gioco c'era lo stesso futuro della città. E i nemici che le davano la caccia erano ancora più potenti di quel che potesse apparire. La gilda e quello che, probabilmente, era diventato l'uomo più potente di Baldur's Gate. Si chiese che speranze poteva avere di uscire fuori da quel pasticcio, anche con l'aiuto di quell'improbabile alleata.

«La morte di Blackwind è stato il prezzo che Snake ha dovuto pagare al mago rosso per avere quelle lettere. Non so perché ma quell’uomo aveva un conto da regolare con … quel ladro».

«Ma io che c'entro?».

«Anche tu fai parte del prezzo. Il mago è incuriosito dai tuoi poteri e ti vuole. Per poterti studiare, immagino».

Arel rabbrividì. Gli studi dei maghi erano raramente piacevoli e fare l'animale da esperimento non era certamente fra le sue ambizioni.

«Devono sempre prendersela con qualcuno, no? Chissà poi perché ...».

Sospirò. Comunque era in mezzo ai guai e doveva fare qualcosa per tirarsene fuori. Guardò la sua alleata, l'unica possibile, a meno di non correre dal capitano Tyron e raccontare tutto. Ma senza uno straccio di prova, tranne la parola di una famigerata assassina, che speranza poteva avere? Si grattò il naso, perplessa.

«Che facciamo?».

L'assassina la fissò con occhi febbrili.

«Dobbiamo mettere le mani su quel mago».

Arel trasecolò.

«Tutto qui? Andiamolo a prendere!». Il prurito al naso si era fatto insopportabile.

Un sorriso aleggiò sulle labbra dell'Oleandro.

«Ho un piano, ora ascolta ...».

«Buonasera, signore, disturbo?».

Una voce beffarda dal curioso accento orientale echeggiò nel locale, improvvisamente fattosi silenzioso. Dalla porta del locale era entrato un drappello di cinque individui, guidati da un ometto basso, dal capo rasato coperto di tatuaggi e vestito di una lunga tunica rossa.



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