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Credevo fosse amore... di Shadriene
Categoria: Originali - Commedia
Rating: 14+
Personaggi: Non indicati
Genere: Commedia, Romantico
Note: Non indicate
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Capitolo pubblicato il 21-08-2008
Commenti al capitolo - 5

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Note iniziali dell'autrice
Ogni tanto scrivo anch'io qualche originale e la cosa sembra strana. Ma in fondo non lo è. Io ho iniziato così, con le originali XD E mi è sembrato il momento di tornare alle origini. Questa storia è stata scritta sei anni fa. Un paio di mesi fa chiesi a Izumi (che ringrazio di cuore) di darle un'occhiata e di dirmi se era una storia senza speranze o se con qualche ritocco (piuttosto marcato) qualcosa potevo tirarne fuori. E così è stato. Dopo un grosso ritocco, la mia prima originale riveduta e corretta. Non fatevi scrupoli a dirmi cosa c'è che non va, l'ho ritirata fuori proprio per questo, per sistemarla fin dove mi è possibile. Ringrazio Melantò che ha letto la prima versione ritoccata di questo capitolo e mi ha dato il suo parere :*
Buona lettura a tutti!
Shadriene



*

Credevo fosse amore...
ma la mia migliore amica mi ha fregato





1.


Mare.
Silenzio.
Quiete.
Voleva passare un po’ di tempo a riflettere e finalmente credeva di esserci riuscita. Cosa c’era di meglio che sedersi in riva al mare, sulla sabbia che scottava lievemente, sola con i propri pensieri e le onde che s’infrangevano sulla riva?
L’unica compagnia le arrivava dai paguri, che correvano di qua e di là, e ogni tanto qualche ondata li prendeva e li portava via. Finalmente non c’era nessuno che la stressasse; poteva dedicare un po’ di tempo a se stessa. La scuola, gli amici, i genitori… quella vita che alle volte le sembrava la soffocasse.
E poi c’era lui.
Antony.
Era un classico. In ogni storia d’amore che si rispettasse esisteva un ragazzo bello e irraggiungibile (almeno inizialmente) che la protagonista di turno sognava sperando si accorgesse di lei, mentre quella non faceva che arrossire e diventare muta ogni qual volta si trovava in presenza di lui.
Quella era un po’ la sua storia. Solo che lei alla fine non sarebbe riuscita a conquistare il suo amato, perché il suo irraggiungibile non sapeva neppure della sua esistenza… e d’accordo, era vero che in molte storie la protagonista conquistava ugualmente il bello di turno anche se quello fino a pochi giorni prima non sapeva chi lei fosse, tuttavia, lei viveva in uno stupido posto chiamato realtà.
Irritata lanciò una manciata di sabbia verso il mare, ma la lieve brezza gliela rimandò addosso, facendola sbuffare scocciata.
Che sfiga di m…

Insomma, a chi poteva piacere una come lei? Era un vero disastro!
Si alzò di scatto decisa a tornarsene a casa, in modo da focalizzare i suoi pensieri su qualcos’altro. Qualsiasi cosa non fosse Antony poteva andare bene, anche se era davvero difficile dato che lui era sempre nei suoi pensieri.
Era quello il cosiddetto ‘Primo Amore’?
Forse doveva chiedere a Hannah, lei era molto più esperta in quel campo. Ogni mese, per non dire ogni settimana, cambiava ragazzo. Ormai aveva perso il conto di quanti ne avesse avuti, a differenza di lei, le cui storie amorose si potevano riassumere in zero (il bacio a tradimento che un bambino le aveva dato in quarta elementare non contava. Non poteva contare!). Eppure non era proprio certa potesse esserle utile, era parecchio strana in quel periodo.
Persa nei suoi pensieri com’era, non si era resa conto subito della persona che stava camminando verso di lei, diretta verso la parte opposta. Fu quando s’incrociarono, che la riconobbe.
«Hannah!»
«Pen?» domandò perplessa la ragazza fermandosi di botto. Sembrava preoccupata. «Che ci fai tu qui?»
«Ero a farmi una passeggiata… tu?»
«Uh… anch’io» proferì Hannah con aria misteriosa.
Penelope Smith alzò un sopracciglio scettica e guardò la sua migliore amica, chiedendosi cosa le stesse nascondendo, perché Hannah non era per nulla tipa da passeggiata o per lo meno, non era tipa da fare una passeggiata da sola. Era quel genere di ragazza che passava i pomeriggi del venerdì con uno dei suoi ammiratori o a fare shopping da qualche parte, con lei possibilmente.
«E così tu passi il venerdì pomeriggio a farti una passeggiata. Sicura di non volermi dire nulla?»
«Certe volte sei una vera piattola. Anche a me piace passeggiare».
«Non lo metto in dubbio, è che solitamente lo fai in compagnia».
«Beh, oggi sono sola» sbuffò irritata.
«Ehi scusa, non volevo mica farti arrabbiare!» proferì Penelope sulla difensiva.
«Ok, perdonata. Devo scappare».
Hannah sorrise e corse via. La osservò allontanarsi lungo il marciapiede ricordandosi troppo tardi di volerle parlare di Antony e dei suoi problemi amorosi, ma pensandoci bene quello non sembrava esattamente il momento adatto. Le ci mancava solo la migliore amica misteriosa e sfuggevole. Ora aveva davvero tutte le carte in regola per essere la protagonista di qualche stupida storiella romantica a lieto fine, di quelle che leggeva per tirarsi su di morale (o per deprimersi ancora di più, a seconda dell’occasione). Sospirò profondamente e tornò a incamminarsi verso casa, riflettendo sulla propria esistenza.
Lei, Penelope Smith, aveva sedici anni e non aveva mai avuto un ragazzo. Non ne aveva neppure mai baciato uno (visto che si era deciso che il bambino in quarta elementare non contava come vero bacio), eppure non si riteneva così brutta o almeno non poteva esserlo se una ragazza come Hannah era la sua migliore amica.
Hannah era tutto quello che una ragazza di sedici anni vorrebbe essere. Bella, intelligente e simpatica. Il genere di persona che dice sempre la cosa giusta e che piace sempre a tutti i ragazzi che la incontrano. Bionda, occhi azzurri e con un bel verme solitario nello stomaco, come soleva ripeterle cercando di darsi una spiegazione per il suo corpo snello nonostante tutto quel che mangiava. Lei invece non era così, era più… ordinaria. Di media statura, castana e con occhi altrettanto castani, che però sua madre affettuosamente aveva ribattezzato nocciola. Quando si guardava allo specchio si domandava spesso perché una ragazza bella e popolare come Hannah fosse la sua migliore amica. Perché si conoscevano dalla elementari? Possibile, anche se le sembrava ugualmente assurda la cosa. Probabilmente perché era simpatica.
Certo! Lei era molto simpatica!
Rallegrata da quel pensiero, Penelope fece il resto della strada verso casa saltellando, beccandosi parecchie occhiate perplesse da parte delle persone che incrociava durante il tragitto. Quando fu in casa, passò nello studio di sua madre per salutarla. Sul tavolo attorno al suo computer portatile c’erano un sacco di carte ammucchiate, la sua tazza personale ancora piena e i suoi occhiali. Quel giorno doveva aver lavorato molto, perché se ne stava seduta con l’aria parecchio stanca e quasi non parve sentirla quando entrò nella stanza.
«Ciao Penny, sei tu?»
«Sei riuscita a finire il libro?» domandò avvicinandosi a lei, osservando fra le carte sulla scrivania.
«Quasi, mi manca solo il finale, ma riuscirò a rispettare la data di scadenza» rispose con voce stanca. «Pulcina mia, non ho fatto la cena. Puoi pensarci tu?»
Una smorfia si dipinse sul suo volto sentendosi chiamare in quel modo. Sua madre sapeva essere priva di qualsiasi genere di tatto.
Pulcina?
Ma quanti anni credeva avesse? Ringraziava il cielo di trovarsi sola con lei in casa, non avrebbe retto alla vergogna se si fosse trovata in un luogo pubblico. Certe cose dovrebbero essere vietate per legge. I genitori non dovrebbero avere il permesso di chiamare i figli con certi nomignoli. Rabbrividì.
«Certo mamma, ma tu non chiamarmi così. Il gatto… al gatto potrebbe venir voglia di mangiarmi».
E lei poteva morire di vergogna, soprattutto, se non fossero state sole la prossima volta che a sua madre fosse venuta voglia di usarlo.
«Il gatto ha già mangiato».
Fissò sua madre perplessa cercando di percepire un solo segnale che le facesse capire che stava scherzando. Continuò a guardarla e lei si girò alzando un sopracciglio irritata.
«Vai a fare la cena, pulcina?»
No, non stava scherzando. L’unica soluzione era tenere il gatto a dieta. Se lui non mangiava, sua madre non l’avrebbe più chiamata in quel modo ridicolo. O forse No?


Continua…


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