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Per essere liberi di Arwen88
Categoria: Anime e Manga - Chobits
Rating: Per tutti
Personaggi: Dita, Jima
Genere: Generale, Romantico
Note: Slices of life, Oneshot
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Capitolo pubblicato il 25-03-2010
Commenti al capitolo - 2

Questa fanfiction non è a scopo di lucro. I personaggi appartengono ai rispettivi ideatori e detentori di Copyright.

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Titolo: Per essere liberi
Fandom: Chobits
Personaggi: Jima, Dita
Avvertimenti: Slices of life
Genere: Generale, Romantico
Rating: verde
Partecipa allo SfigaFandom Fest, prompt: Chobits, Jima/Dita, Leggi della robotica
E davvero non son sicura nemmeno io di come e perché sia uscita così.


Per essere liberi





Quando Jima per la prima volta aveva aperto gli occhi, la prima cosa che aveva visto era stato uno scienziato col sorriso compiaciuto stampato in faccia. Molto diverso da quell'immagine che stranamente ricordava di aver visto fino a poco prima, un'immagine più probabilmente creata da un bug che programmata.
Il dottore che era ora davanti a lui l'aveva chiamato Jima.
Poi quello si era voltato ed il persocon, seguendo il suo sguardo, aveva assistito al primo attimo di vita di lei, sospesa davanti a lui.
E Jima aveva sorriso, registrando il nome che l'uomo pronunciava: Dita.
Aveva subito pensato che fosse un bel nome.
Erano nati insieme, per stare insieme.
Jima era la Banca Dati dello Stato. Dita si occupava del Sistema di Sicurezza dello Stato.
Stare uniti era il loro destino, sin dal principio. E nessuno dei due aveva mai desiderato che le cose andassero diversamente. Perché in fondo si sentivano a loro agio solo l'uno affianco all'altra, compensandosi a vicenda. Dandosi l'un l'altro la forza per essere autosufficienti.

***



Jima sorrise a Dita, seduta sul suo bacino in quella sera di fine Agosto, sul tetto di un grattacielo nel bel mezzo di Tokyo.
Erano sdraiati per terra, grati che l'aria stesse rinfrescando nonostante i loro circuiti potessero resistere anche a temperature maggiori.
La persocon lo guardava perplessa, il viso poggiato sulla mano, il gomito sul suo petto, soppesando la possibilità di porre una domanda a cui pensava da un po'.

-Jima, perché non ci chiamano "robot"?-
-Per essere liberi.-

Dita inarcò un sopracciglio, guardando male Jima che tranquillamente continuava a sorridere al cielo, gli occhiali da sole ben calcati sul naso, i corti capelli che si muovevano lentamente al lieve vento. L'immagine della tranquillità. Cercò di calmarsi, magari di non aggredirlo, visto che era l'ultima cosa che voleva.
-Posso sapere cosa intendi dire?-
Il pc sollevò appena il capo, guardandola.
-Intendo dire che se ci fossimo chiamati “robot” avremmo perso la nostra libertà. Tu conosci le tre leggi della robotica, sì?-
Dita strinse le labbra, alzando una mano e, iniziando a contare sulle dita, alzò l'indice.
-Legge numero uno: "un robot non può recar danno ad un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno".-
Alzò il medio, aggiungendolo all'indice.
-Legge numero due: "un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge".-
Infine alzò l'anulare, esponendo la terza legge.
-"Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge".-

La Banca dati le sorrise appena, sistemandosi gli occhiali un po' più su.

-Ecco, capisci ora che lui ha dovuto per forza fare in modo che noi non sottostessimo a queste regole, sennò non saremmo mai potuti essere veramente felici. Saremmo stati costretti a dover ritenere per forza che ogni umano fosse uguale agli altri in quanto ad importanza, e che fossero per forza loro a decidere ciò che dovevamo o potevamo fare.-
Il ragazzo alzò la schiena da terra, spingendosi verso di lei, continuando a parlare mentre appoggiava il viso al suo seno, gli occhi chiusi.
-Tutte e tre le leggi sottostanno alla prima, ma nessuna delle tre dice che un robot debba proteggersi da un umano che gli ordina il contrario, o che un robot debba proteggerne un altro. Lui aveva capito quanto questo potesse essere ingiusto per noi o potesse farci soffrire, e allora ci ha reso liberi da queste catene.-
Dita inclinò il capo, assottigliando gli occhi.
-Lui chi?-
Jima le sorrise, guardandola in viso con sicurezza.
-Nostro padre.-

-Tu lo ricordi, vero? Quel dottore con camice bianco e gli occhialetti squadrati, con quel sorriso soddisfatto ma così caldo, quello che c'era dietro le nostre palpebre prima ancora che ci svegliassimo.-
Dita annuì e Jima ne approfittò per spostarle una ciocca scura da davanti al viso.
-Ecco, quello era nostro padre.-
-Potrebbe essere un errore del sistema.-
Il persocon scosse appena la testa, divertito da quella cocciutaggine.
-Non credo, è più probabile che sia un bug ideato da lui stesso e inserito nei persocon di forma umana, i suoi figli, per dargli una specie di imprinting il più positivo possibile.-


Dita voltò la faccia, guardando lontano, verso il sole che tramontava dietro i palazzi.
-Pensi che gli importasse davvero di noi?-
Jima sorrise, stringendola tra le braccia.
-Certo, tutti i genitori tengono ai loro figli e se ne vuoi la prova basta che pensi alle informazioni che già hai.-
Lo sguardo della ragazza si sollevò su di lui, un po' corrucciato.
-Che intendi?-
Ma lui non si fece intimidire, sorridendo invece e alzando un indice.
-Vediamo... Cosa siamo noi?-
-Persocon.-
-Ovvero?-
-Pc.-
-Visto?-
-Visto cosa?-
Dita si diede una spinta con le mani dal suo petto, sollevandosi e allontanandosi da lui irritata. Jima rispose con una smorfia di disappunto e muovendosi velocemente la afferrò per i gomiti, tenendosela vicina.
-Intendo dire che noi siamo PC. Capisci? Pc, non robot. Questo è ciò che lui ha fatto per noi, ci ha resi liberi. Liberi di poter badare a noi stessi, liberi di poter decidere chi è la persona più importante per noi. Se noi stessi, un umano o...- Lo sguardo del ragazzo si fece leggermente triste, fissando la compagna di vita. Sorrise amaramente, quasi deridendo se stesso. -O un altro pc.-
Dita allungò la mano, sfiorando il volto perfetto del persocon di fattezze maschili.
-Jima...-
Lentamente, lui prese le mani di lei nelle proprie, stringendole, portandole davanti al viso, abbassando lo sguardo.
-Sono felice che lo abbia fatto, perché se mai succedesse qualcosa voglio essere libero di proteggere la tua vita, anche a costo di andare contro agli altri.-
Dita fece una smorfia, districando le proprie mani dalla presa e prendendolo per le spalle, facendogli alzare il viso.
-Ma questa è la stessa cosa che farei io! Se scoprissi che qualcuno ti vuole... entrare dentro... o distruggere...- Il viso della ragazza si distorse per la rabbia. -Lo caccerei via usando tutte le mie capacità, lo distruggerei! Lo farei pentire di essere stato creato.-
Jima la guardò felice, ridendo appena.
-Sai che quando sei arrabbiata sei ancora più carina? Non credo che resisterò ancora più tanto a lungo!-
Dita si accigliò, stringendo le labbra, irata.
-Guarda che io non stavo scherzando!-
Jima sorrise, togliendosi gli occhiali per poterla guardare direttamente negli occhi, abbandonandoli sul pavimento del tetto prima di far scorrere la mano tra i capelli corti del pc, attirandola a sé.
-Nemmeno io stavo scherzando.-
Ma forse Dita neppure fece caso a quel sussurro, troppo concentrata sul ragazzo che la stendeva a terra, piegandosi sulle sue labbra.



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