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Separazione di Arwen88
Categoria: Anime e Manga - Witch Hunter Robin
Rating: Per tutti
Personaggi: Amon, Robin Sena
Genere: Generale, Introspettivo, Sentimentale
Note: What if?
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Capitolo pubblicato il 18-03-2010
Commenti al capitolo - 1

Questa fanfiction non è a scopo di lucro. I personaggi appartengono ai rispettivi ideatori e detentori di Copyright.

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Witch Hunter Robin
La prima frase è un riferimento a ciò che dice Michael alla fine dell'ultima puntata, la storia si ispira alla sigla di apertura ed è un tentativo di immaginare cosa può essere successo dopo la fine della storia.
Prompt dello SfigaFandom Fest: Witch Hunter Robin, Robin/Amon, separazione


Separazione





Robin e Amon erano andati via insieme. O per lo meno così diceva Doujima ai membri del STNJ, e si sa quanto ci si possa fidare di lei.


La verità era che Amon era dovuto tornare alla Casa Madre.
E Robin... Robin era sparita. Forse non le era piaciuto l'essere messa sotto torchio dalla Solomon.

Era iniziato tutto dopo gli eventi accaduti alla Factory, quando entrambi avevano lasciato il loro impiego al STNJ: la Casa Madre li aveva lasciati in pace per un periodo, finché non avevano deciso di volere maggiori informazioni su ciò che era successo, ed in particolare su ciò che c'era dietro l'apparenza della ragazza.
Ma Robin negava col capo alle domande degli agenti, rifiutandosi di parlare ancora. E Amon l'aveva appoggiata, proteggendola quasi con rabbia da quelle domande, tenendola al proprio fianco, nel proprio apartamento. Gli agenti non avevano reagito bene a questo, facendo domande sul loro rapporto.
Per la prima volta, Robin aveva risposto alla domanda, dicendo con l'espressione più stupita e sincera che lo facevano solo per dividere l'affitto, risposta né smentita né confermata da un seccato Amon, che si era invece limitato a sbatterli fuori dall'appartamento.
Allora erano iniziate le indagini anche sull'ex comandante della sezione giapponese. Indagini che non si erano certo fermate quando la ragazzina era sparita, lasciando da solo il giovane che aveva invece continuato a lavorare con serietà per loro. Senza che un solo muscolo si muovesse sul suo viso, come se non gli interessasse.
E lei era sparita senza lasciare traccia, riuscendo persino a sfuggire ai loro controlli.
Forse era tornata alla casa sicura dove si era nascosta per tanto tempo.
Questo è ciò che si sapeva dell'accaduto, quello che chi le dava la caccia immaginava e intuiva.





Robin si sedette per terra, tirando le ginocchia al petto, stringendo le gambe con le braccia, poggiandoci sopra il viso. Chiuse gli occhi, pensando ad Amon.
Le mancava.
Era il suo partner, l'unico di cui si era potuta fidare per tanto tempo, l'unico di cui gli importasse davvero.

Amon si poggiò in silenzio contro una colonna, stringendo la presa sulla pistola, ascoltando attentamente, cercando di capire se lo stregone si fosse accorto della sua presenza. Si accigliò un attimo, ascoltando le indicazioni che arrivavano con una piccola scarica elettrostatica direttamente nell'auricolare.
Con decisione svoltò l'angolo, puntando la pistola contro il ragazzino.
Il giovane stregone lo fissò impaurito, strillando con voce acuta, gli occhi sgranati, le guance sporche.
-Non volevo! Non volevo! Non l'ho ucciso apposta!-


Robin prese un gran respiro, immaginando il giovane uomo all'opera, immerso magari in qualche indagine, lo sguardo concentrato, l'espressione quasi irritata, i lunghi capelli a celare parte del viso.
Si sentiva bruciare, bruciare per un sentimento dentro il suo cuore che neppure riusciva a classificare. Non sembrava simile a niente che le avessero insegnato i monaci. Ma per quanto fosse doloroso era pur sempre meglio del vuoto che sentiva quando riapriva gli occhi, rialzandosi dal pavimento, uscendo dalla stanza.
Se pensava di non poter stare con lui.
-Amon...-



L'uomo chiuse la porta del capo alle proprie spalle, lasciando gli uffici della Casa Madre senza degnare di uno sguardo i colleghi che si erano fermati a fissarlo, curiosi.
Fuori era ormai buio e il giovane si sistemò il colletto della giacca pesante, alzando lo sguardo al cielo prima di incamminarsi nella nebbia di quella città semi deserta.

Appena fu entrato nel proprio appartamento, la prima cosa che fece fu rivolgere uno sguardo al divano, vuoto. Si tolse la giacca, lasciando cadere le chiavi sul tavolino. Lentamente prese a spogliarsi, togliendosi la fondina della pistola, il ciondolo di orubo, il maglione. Alzò lo sguardo, fissandosi nello specchio, la mente lontana.
Erano mesi che aveva lasciato la divisione dove aveva lavorato per anni e aveva perso i contatti con tutti. Persino con Robin, nonostante se ne fossero andati insieme, decisi a rimanere uniti qualunque cosa succedesse. Ma poi lei era stata bersaglio di sospetti da parte della Casa Madre, mentre lui era stato praticamente promosso. E allora si erano separati, stare insieme sarebbe stato troppo pericoloso, per entrambi.
Ma la solitudine è uno schifo, soprattutto se non desiderata.
-Dove sei, Robin?-




Robin lasciò il proprio rifugio, il solito soprabito addosso e la consunta valigia tra le mani.
Il giorno precedente era stato l'ultimo giorno di prigionia autoindotta: le sue fonti le avevano fatto sapere che dopo mesi di inattività e mancanza di risultati la Solomon aveva finalmente deciso di smettere di cercarla, accontentandosi finalmente delle informazioni che già lei aveva dato.

Camminava per strada, confondendosi tra la folla che procedeva rapida in entrambi i sensi, incurante di lei. Teneva la valigia quasi vuota con una mano, guardandosi attorno con un sorriso, felice di poter godere finalmente dell'aria aperta. Per troppo tempo si era dovuta accontentare della poca aria che poteva entrare dai lucernari della sua stanza.
Si fermò davanti ad un negozio di vestiti all'ultima moda, guardando le vetrine, specchiandosi sui vetri, chiedendosi se fosse il caso di cambiare abiti. Magari l'avrebbe aiutata a nascondersi meglio. Ma sospirò, scuotendo il capo: ormai quello stile un po' antiquato era nella sua natura. Diede le spalle al negozio, pensando con un sorriso che non sarebbe mai riuscita a vestirsi come Doujima.
La giovane si scostò le ciocche di capelli biondi dal viso con una mano guantata fermandosi a guardare per un attimo la gente, prima di continuare per la sua strada.
In fondo non sapeva neppure lei dove andava: finalmente l'importante era poter camminare, non tanto la destinazione.
Ovunque fosse andata sapeva che lui l'avrebbe trovata, glielo diceva il suo cuore.

Si ritrovò d'improvviso a fare quel piccolo gioco che faceva anche da bambina in Italia, concentrata, un piede dietro l'altro, in equilibrio sul gradino dei marciapiedi. Rise appena, l'abito lungo mosso dal vento, pensando che all'esterno doveva sembrare quasi infantile, ma che d'altro canto era da troppo che non si concedeva di divertirsi. E poi non faceva del male a nessuno, cosa abbastanza importante per una strega.
Scese dal gradino, inclinando il capo per stirare i muscoli indolenziti del collo, girò il braccio stanco all'indietro, spostando la valigia sulla schiena, continuando a camminare.
-Robin?-
La voce profonda la fece voltare, sorprendendola. Facendola infine sorridere.
-Amon, finalmente.-


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