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E ora cos'era rimasto? di Arwen88
Categoria: Originali - Introspettivo
Rating: Per tutti
Personaggi: Non indicati
Genere: Angst, Introspettivo, Malinconico
Note: Oneshot
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Capitolo pubblicato il 15-03-2010
Commenti al capitolo - 4


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La prima stesura era completamente diversa e faceva alquanto schifo, per cui è stata cestinata. Ed ecco qui ciò che ne è uscito invece. Sperando non sia terrificante.
Partecipa all'Angst Fest, prompt "Originale introspettivo, personaggio unico, tasti neri e tasti bianchi".




E ora cos'era rimasto?




Il rubinetto della doccia girò, lasciando che il getto d'acqua calda cadesse a pioggia sulla giovane donna nuda che stava appoggiata alle piastrelle del box, i pugni chiusi, il capo chino.
I capelli scivolarono ai lati della schiena, lasciandola scoperta, diventando pesanti d'acqua.
Il rumore della doccia coprì il lieve singhiozzo della ragazza, unica testimonianza di esso rimase il sussulto delle sue spalle.
Anne strizzò le palpebre, cercando di far sparire dalla propria mente quell'immagine, quell'insistente immagine che la ossessionava.

Tasti neri, tasti bianchi.
Tasti neri, tasti bianchi.


Girò lentamente il rubinetto, bloccando il cadere dell'acqua. Fece scorrere il pannello di plastica e prese un asciugamano, avvolgendoselo addosso. Sollevò appena la testa, guardandosi nello specchio appannato. Senza il coraggio di asciugarlo e vedere il propio riflesso più nitido.

Aveva lavorato tanto, anni interi di sacrifici e lavori part time per permettersi le lezioni, per diventare migliore, la migliore.
Pensare che da piccola, quando la madre l'aveva portata in quel negozio e l'aveva fatta sedere su quello sgabello scuro con un gran sorriso, non le era nemmeno piaciuto.
Ma poi si era lasciata convincere a studiare pianoforte.
Tutto per quello stupido, maledetto, ricatto emotivo: "fallo per la tua mamma, non le vuoi bene alla tua mamma?".
Era incominciato tutto così, poi il fastidio si era trasformato lentamente in piacere e poi in passione, finché dove non aveva potuto l'incalzare delle spinte materne -ormai inefficaci- aveva potuto il suo spirito di competizione.
Aveva fatto notevoli miglioramenti, si era impegnata a fondo, sacrificando persino la propria vita sociale.
E ora, a ventisette anni, si rese conto che per quei tasti neri e bianchi aveva rifiutato persino di seguire in vacanza il ragazzo che le piaceva, quell'anno che sentiva lui si sarebbe dichiarato e dove invece lui, rimasto solo, aveva finito per decidere di trasferirsi in una scuola all'estero, cercando un cambiamento che portasse il ricordo di lei lontano dalla testa.
Aveva bruciato le amicizie, ritrovandosi a non capire cosa fosse veramente importante e cosa fossero solo sciocchezze, ferendo la migliore amica davanti a tutta la classe, urlandole che come amica faceva schifo. Perché aveva detto che non poteva andare al suo saggio. Uno dei suoi tanti saggi.
Aveva scoperto solo mesi dopo, quando per quel divario creatosi e che mai aveva avuto l'umiltà di riparare ormai non si parlavano, che il motivo per cui l'altra non poteva andare al saggio era che cercava di organizzare una festa a sorpresa proprio per lei. E si era sentita uno schifo, cercando conforto proprio su quel piano. Sempre su quel piano.
Era lì che passava le sere.
Invece di andare a divertirsi.
Invece di guardare la televisione con la madre ormai sempre più distante.
Invece di telefonare alle persone che aveva perso.
Invece di vivere un po'.

Quei tasti neri e bianchi erano stati i suoi unici amici per tanti anni, fedeli, fedeli amici.
Mentre suonava, a loro raccontava di ciò che succedeva a scuola, a loro diceva ciò che succedeva alle amiche, i discorsi che loro facevano, quelle cose che lei non sarebbe mai stata capace di fare. A loro raccontava le proprie gioie, le proprie gelosie, le proprie invidie.
Su di loro passava le giornate di pioggia, quando la madre magari entrava nella sua stanza con due tazze di cioccolata in mano, il sorriso tirato di chi teme di stare perdendo tutto, cercando di convincerla a parlare un po'.
Ma lei nemmeno si voltava, continuando a battere su quei tasti, dicendo che non era il momento.
Nonostante sapesse che stava facendo un torto a non guardarla nemmeno in faccia, sapendo che ognuna di quelle poteva essere l'ultima occasione.
Perdendo tutti i momenti.
Tutto per quei tasti neri e per quei tasti bianchi.

E ora cosa le era rimasto?

Le era rimasto il pianoforte, l'esperienza data da tutti quegli anni di lavoro e pratica, studio e passione.
Credeva che quella sera, nemmeno ventiquattro ore prima, fosse arrivata la sua occasione per sfondare.
Aveva allisciato con cura le inesistenti pieghe del suo vestito scuro, sorridendo rigida, cercando di impostare quella posizione ai muscoli facciali, stringendo gli spartiti tra le mani.
Poi la voce aveva annunciato il suo nome e lei era salita sul palco, camminando fin davanti al pianoforte a coda, inchinandosi al pubblico, abbagliata un po' dai riflettori.
Aveva preso posto sullo sgabello, sistemando gli spartiti, preparandosi a suonare per quel pubblico, per quella giuria che c'era tra loro, per quel premio che l'avrebbe consacrata, per quell'opportunità di sbocco nel mondo che tanto agognava.

Non aveva mai veramente capito come fosse successo: un attimo prima le sue dita correvano sui tasti, neri, bianchi, neri, bianchi, bianchi, neri, e la musica volava nell'aria, e lei sorrideva.
L'attimo dopo le sue dita erano ferme, rigide, bloccate su quell'errore, ed il suo sorriso era scomparso, ora guardava inorridita la tastiera, quei tasti per cui aveva dato tutto. Niente più musica, solo un bruciante mormorio che si alzava dalla folla. E la certezza di aver perso tutto.

Anne prese la foto poggiata sul comò, guardando una sé bambina sorridente ad un consunto pianoforte.
Allora era veramente felice, era prima che quei tasti prendessero il sopravvento, prima che fossero loro a decidere le sue scelte.
Lentamente, mentre le lacrime riprendevano a scendere sulle sue guance, si rannicchiò lì, al centro della stanza, piegandosi per il dolore.
Aveva perso tutto.
Ma era stato colpa dei tasti, vero?
Erano stati loro a farle prendere quelle decisioni, vero?
E ora cosa le rimaneva più?

Solo quei tasti neri e quei tasti bianchi.



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