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Amentia di alo
Categoria: Telefilm & TV - Altri
Rating: Per tutti
Personaggi: Non indicati
Genere: Sentimentale, Malinconico
Note: Non indicate
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Capitolo pubblicato il 24-11-2018
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Questa fanfiction non è a scopo di lucro. I personaggi appartengono ai rispettivi ideatori e detentori di Copyright.

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-Che cerchi di avere me come personaggio della storia che tu vuoi scrivere per Firenze. -
Lorenzo respirò male per qualche secondo. Stava davvero finendo tutto così? Dopo un anno, in cui erano riusciti a stare vicini? L’aveva portato via dallo zio, come avrebbe voluto fare da bambino.
Finito in niente? Così?
Sua sorella aveva dovuto aspettare. Mi spiace, mi spiace Bianca. La famiglia prima, aveva pensato Lorenzo, tutto, tutto ciò che vale viene prima. Non era forse Francesco parte della famiglia? Non valeva, forse, Francesco?
Era rimasto con lui in quella sala, sperando di poter mostrare agli occhi del Pazzi la magia che stava tra le sue parole, parole incantevoli, ma sempre, sempre sincere. Aveva il dovere di provarci. E oltre al dovere, anche il suo volere, anche quello era proteso verso Francesco.
Di nuovo chiuso, di nuovo secco era Francesco: secco come un ramo d’autunno staccato dall’albero, che cade perché spezzato e non per sua volontà, con quel colore prima bruno ora grigio, ora spento.
- Quell’uomo piega la verità per raggiungere i suoi scopi. Ti prego. – Gli aveva messo una mano sul braccio, come aveva sempre fatto quando aveva avuto bisogno di confortarlo. Ma in quel momento il conforto gli serviva per se stesso. – Ti prego. Non lasciare che ci divida. – L’aveva stretto per impedirgli di andare via. Con forza, con veemenza. Aveva bisogno che lui restasse. – Resta. E parliamo. -
- Così puoi convincermi che mi sbaglio. – Francesco aveva parlato con una voce talmente atona e piatta che a Lorenzo aveva provocato più dolore delle urla di rabbia di poco prima.
Eppure, non aveva tirato via il braccio. A quello Lorenzo si era attaccato ancora di più. – Ti convincerò che ti sbagli, perché è questa la verità. – Si era azzardato a spostarsi, ad avvicinarsi, a toccarlo con entrambe le mani invece che con una sola per stringerli le spalle.
- Come posso crederti? -
- Come puoi credere a tuo zio? Lo sai quello che fa, lo hai detto tu stesso, lo hai detto. “Mio zio fiuta le debolezze altrui, i loro desideri. Poi usa tutto per dividere. Per manipolare. Distruggere.” Lo sai, Francesco, lo hai capito da solo! E ora dici che ti ha aperto gli occhi? -
Quando Francesco guardava qualcuno con rabbia, lo guardava dal basso verso l’alto: i suoi occhi diventavano minacciosi per natura, ancora più cattivi perché accigliati, nascosti sotto l’osso delle sopracciglia dritte come stecchi. Così aveva guardato Lorenzo in quel momento, con cattiveria. Ma Francesco si poteva salvare, Lorenzo ne era convinto. Doveva esserne convinto, aveva bisogno di esserne convinto.
- Perché sei così furioso con me, Francesco? Non eri forse felice? In questo anno, non sei stato felice con noi? -
A quelle parole il corpo magro si tirò indietro con uno strattone, e gli voltò le spalle. Lorenzo aveva di nuovo sospirato. Non sapeva cosa fare con lui. Quali parole avrebbero mai potuto cambiare un cuore così tanto avvelenato, un morbo così radicato dall’interno?
- Io sono un tuo servo, Medici. Questo sono qui. Come posso essere felice? – Francesco ancora, con quella voce, aveva parlato piatto, e atono, non aveva un’emozione dentro di sé. – Cieco alle tue lusinghe, quando mi hai solo comandato. Come fate voi Medici con tutti. -
Lorenzo emise un soffio che agli orecchi di Francesco giunse quasi come un singhiozzo di pianto; aveva chiuso gli occhi, allora, per non seguirlo nelle lacrime.
Non potevano vedersi, ma si sentivano. Non solo le voci, sentivano il peso dell’altro corpo teso lì vicino, nell’aria, in un punto imprecisato, che respirava a stento e si affannava in cerca di parole l’uno, di soluzioni l’altro. E sentivano che nessuno dei due stava trovando ciò che cercava.
- Tu parli così… - aveva detto Lorenzo con dolore, sussurrando. – Parli così, e poco tempo fa hai stretto mio figlio tra le braccia. Gli hai baciato la mano. -
Lorenzo stava male, perché sapeva di avere ragione. Sapeva che Francesco era stato felice con loro, lì. Sapeva che con suo zio era stato sempre peggio, sempre giornate passate a decidere su chi spargere l’odio. E non capiva. Per questo, non capiva come potesse ostinarsi a preferire altro, come potesse continuare a credere con più facilità a ciò che gli faceva male invece che a ciò che gli faceva bene.
- Io sono un Pazzi. -
Lo disse senza nemmeno pensarci, come quando si recita una preghiera imparata da bambini in cui non si ascoltano più le parole.
- Che cosa posso fare, Francesco? Come posso convincerti? Come posso darti ciò di cui hai bisogno? -
Francesco odiava quel tono sconsolato. Quel tono triste e sconfitto in bocca a un uomo che alla fine dei conti non aveva mai perso. Francesco lo odiava perché non poteva fare a meno di sentire la sincerità in quella tristezza. Sapeva che credere a suo zio o credere a Lorenzo non era altro che una mera questione di scelte, e che nonostante la verità fosse già ampiamente schierata da una parte, questo non stava a significare che lui l’avrebbe automaticamente seguita. Erano due persone diverse, quella che aveva vissuto con Lorenzo e quella che aveva vissuto con Jacopo.
Qualcosa però in quell’ultima domanda lo aveva spinto verso Lorenzo così tanto che si era di nuovo girato a guardarlo, per vedergli quegli occhi di lapislazzulo lucidi vicino al fuoco, si era girato anche se all’inizio desiderava andarsene via. Come posso darti ciò di cui hai bisogno?
- Tu mi vuoi salvare, Lorenzo. – E non era una domanda. Era stato lapidario, con un tono roco e irrisorio. – Tu vuoi salvare un Pazzi? Come vuoi salvare Firenze, come vuoi salvare… il popolo. – Lo stava sbeffeggiando. – Tu non mi puoi salvare, Lorenzo. – gli disse infine, sputando il fiato con il volto tanto vicino al suo da scaldargli una guancia con il proprio respiro, dopo essersi avvicinato di colpo.
- Lasciami provare. – disse Lorenzo, quasi supplicando.
E poi si spaventò a morte, subito dopo, quando Francesco urlò tutto a un tratto, stizzito e quasi offeso, allontanandosi, e gli girava intorno. – Ma non capisci! Non capisci, Lorenzo? Io ti dovrei uccidere! -
La voce di Francesco crollò altrettanto improvvisamente, quando ritornò da Lorenzo. – Ti dovrei uccidere con le mie stesse mani. – disse sibilando le parole attraverso i denti stretti, afferrando il collo di Lorenzo con le lunghe dita magre.
Lorenzo era rimasto semplicemente pietra, gli occhi azzurri aperti sul volto scavato che aveva di fronte, e un sentimento nel cuore galoppante misto di paura e di strana trepidazione, di cui non sapeva distinguere i netti confini. Aveva deglutito, spaventato.
Per un momento sembrò volerlo strangolare, ma poi si fermò lì, immobile e zitto, troppo a lungo probabilmente, e le mani cominciarono a tremare.
- Non capisci? – aveva ripetuto, tirandosi fuori le parole di forza, sussurrando, con una voce roca e bassa tirata al limite. E le mani che gli tremavano avevano preso ad allontanarsi da lui, interrompendo il contatto ma risaldandosi subito dopo lasciandogli però la gola pienamente libera, in un movimento spasmodico ripetuto più e più volte, con cui Francesco cercava di toccarlo veramente, continuando a tremare perché non doveva, non poteva, non doveva.
Lorenzo aveva respirato pesantemente. Non si sottrasse, e quando capì che Francesco stava per staccarsi, allontanarsi di nuovo, aveva stretto le dita della destra attorno al suo polso: l’aveva fermato, riportando la mano dov’era prima, riavvicinandolo. Francesco l’aveva guardato quasi sconvolto.
- Cosa fai? -
- Il folle. – gli rispose Lorenzo, accompagnando il proprio sussurro con una impercettibile carezza alla mano di Francesco, fatta con la punta delle dita.
Era una danza strana, divisa per metà: due mani unite, in un contatto così flebile e così anelato, e due mani vuote, scese lungo i propri fianchi e immobili, prive di uno scopo.
Lorenzo si era fatto di un passo più vicino, e aveva preso a far scivolare la destra su tutta la lunghezza del braccio che lo toccava, lento, mentre stavolta erano le sue dita a tremare. Quando si era fermato sulla spalla, Francesco aveva abbassato la propria mano dal suo volto.
- Non per me, Lorenzo. -
Ma il Medici era stato più veloce e aveva preso il suo posto sul suo viso, in un perfetto specchio di ciò che erano stati poco prima: continuava ad accarezzagli la guancia infossata con il pollice, il collo con le altre dita, la nuca, le onde scure dei capelli.
Francesco allora aveva sorriso, un sorriso dei suoi, privi di vera felicità perché troppo faticosi, ma con una parvenza di serenità, una parvenza di speranza, e il suo era sempre un mezzo sorriso: solo metà della sua bocca si curvava, ed era proprio la metà che stava sotto il tocco di Lorenzo. Girò il volto in direzione di quella mano e impedendosi di pensarci ne baciò il palmo una volta, e poi una seconda.
- Perché dici di essere folle? – chiese Francesco, con gli occhi chiusi e il naso a respirare quel contatto vicino. Gli baciò ancora la pelle, sul polso tenero.
- Perché ti sto dando qualcosa con cui potrai veramente uccidermi. -








nda: Francesco mi ha totalmente rubato il cuore (chiaramente Martari non c'entra niente, assolutamente no) e questa serie mi sta facendo soffrire troppo. Va a finire troppo male per un motivo troppo stupido. Non potevo accettarlo. Questa è la mia versione del chiarimento che avrebbe dovuto esserci ma non c'è stato perchè Bianca s'è messa a partorire nel momento sbagliato, e la cosa ancora mi rode. Ho mescolato un tantino i dialoghi, lì dove li ho estrapolati dalla serie, ma mi servivano così.
Ci terrei moltissimo a sapere cosa ne pensate, se secondo voi ho colto i personaggi o meno, come trovate le dinamiche tra loro due, critiche, opinioni, tutto quello che vi va di raccontarmi. Ne farò buon uso, promesso.
sempre vostra
alo



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