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Chapter XXX - Finding You

"Uhm, Michael..." miagolai stando ad occhi chiusi. Ero in dormiveglia e respiravo dolcemente. Avevo sognato qualcosa come le montagne del Nevada, un cavallo correre libero e un bambino che faceva svolazzare un aquilone sopra la propria testa.
Chiamavo Michael, lo cercavo con la mano che tastava il soffice materasso; volevo sentire la sua rauca voce darmi il buongiorno e le sue grandi mani percorrere le curve del mio corpo e della mia anima. Ma quando non avvertii alcuna presenza accanto, spalancai gli occhi verdi con shock.

"Michael?" Lo chiamai ancora sollevando la schiena. La suite imperiale era vuota, solo la luce richiamante il mattino filtrava dalla finestra illuminando la polvere galleggiante, mentre fuori percepivo un piccione sbattere le proprie ali. Il resto era solo quiete.

Maledizione, se ne era andato via di nuovo.

Mi stropicciai gli occhi e mi stiracchiai, poi sbuffai a braccia conserte, come una bambina viziata che pretendeva un capriccio a tutti i costi.
Volevo il mio Mizguir, era chiedere tanto? Ero stufa di lasciarlo andare, non riuscivo più a lasciarlo andare. No, no. Non ci riuscivo proprio più.

Rimasi a fissare la moquette metabolizzando l'improvvisa scomparsa di Michael. Mi pentii di avere il sonno così pesante; avrei fatto di tutto se fossi stata sveglia, avrei lottato con i denti e con le unghie, e gli avrei ribadito di amarlo e di volerlo con me per sempre. Ma lui era amato da troppe persone, ahimè, e forse, forse non poteva essere davvero mio...

Improvvisamente notai un foglio bianco adagiare sul comodino da parte a me. Lo afferrai e, dopo averlo spiegazzato a dovere, cominciai a scorrere le righe di quella calligrafia che ormai conoscevo molto bene:

'Buongiorno, fanciulla di neve, spero tu abbia dormito bene. Devo raggiungere l'aeroporto, parto per Israele; il tour non aspetta e tu lo sai molto bene. A dire il vero vorrei svegliarti, ora che sto scrivendo questa lettera, ma dovresti proprio vederti: sei così bella e serena, anche se russi e tiri i calci mentre dormi. Ti prenderei davvero su con me, ma tu hai molto da fare qui a Mosca, non te ne puoi andare proprio ora. Ti abbraccio forte, M'

Accartocciai il foglio e con rabbia lo lanciai per terra. "Stupido, sei uno stupido..." borbottai stringendomi i capelli attaccati alla testa.
Pensavo a quanto volessi raggiungerlo per dirgli quanto fosse stato crudele abbandonarmi a quel modo, ma poi sentii qualcuno bussare. Una volta in piedi, con i capelli tutti spettinati e l'aria di una che si era da poco svegliata, raggiunsi la porta e l'aprii dopo aver indugiato.

"Dobroye utro, signorina", annunciò il cameriere. "È pronta la colazione."

"Non ho fame, grazie lo stesso. Mi preparo e poi libererò la stanza in men che non si dica." Lo spensi con un finto sorriso. Stavo per chiudere la porta quando lui me la bloccò con una gentilezza quasi forzata. Poi si avvicinò abbassando il tono della sua voce, come a dirmi un segreto:

"Il signor Jackson ha insistito che gliela portassi. Ha anche ribadito di essere disposto a pagare tutte le notti in cui lei vorrà restare qui. E poi...", bisbigliò allungandomi un foglio. "Questo è per lei."

Afferrai il cumulo cartaceo titubante. Lui mi sorrise. "Ci sono i blinchiki con panna e fragole, e il caffè... sicura di non volerne un po'?" Chiese poi.

Stavo per rifiutare, ma il brontolio nella pancia giocò a mio sfavore. "Magari sì, grazie..." mormorai sorridendo con imbarazzo.

Mi fece accomodare sul grande tavolo dorato per poi adagiarci sopra quella colazione decisamente invitante, la quale fu presentata a dovere, dopo essere stata scoperta dal grande coperchio argentato.

"Priyatnaga appetita!" Esclamò per poi ritirarsi con passo spedito.

I blinchiki sembravano davvero squisiti. Le loro finiture erano dorate mentre la panna le decorava. Non vedevo l'ora di assaggiare la ciotola di fragole.
Afferrai la caraffa di caffè per versarmela quando intravidi il cumulo di carta che il cameriere mi aveva consegnato furtivamente poco prima. A ciò la curiosità si impossessò di me, così lo afferrai e cominciai a leggerne la prima strofa:

'Mi avevi parlato molto spesso di questi blinchiki (ricordo che non facevi altro che vantarti di essere la più brava del mondo a cucinarli). Beh, li ho trovati deliziosi! Ma credo che con le tue mani ci sarebbe stato decisamente un tocco in più. Buon appetito, Milady.'

Gongolai tutta rossa, poi feci un lungo respiro e ricominciai a leggere:

'Dopo aver finito la colazione, vai di fronte a quel bel armadio tutto decorato per favore. C'è una cosa per te.'

Di certo non aspettai la fine del pasto. Mi alzai immediatamente e, seguendo le indicazioni di Michael, raggiunsi l'armadio e lo aprii.

"Oh mio Dio..." sussurrai assorta, afferrando l'omino che reggeva quel meraviglioso vestito. Si trattava di un abito lungo di seta, color madreperla, stretto sopra e largo sotto. La gonna era decorata da fiori di ciliegio e dai suoi petali svolazzanti. Le maniche di merletto terminavano appena sopra il gomito.

Era la prima volta che ricevevo un regalo così costoso. Solitamente i miei vestiti erano molto umili, tanto che avevo preferito la divisa di Neverland a quest'ultimi. Ma quel vestito, oh Dio, era così bello da togliermi il fiato. Così morbido e lustro al tatto, così incantato e regale. Lo indossai immediatamente, senza poter fare a meno di ridere dalla gioia. E poi, piccola piccola e a piedi nudi, corsi di fronte allo specchio per ammirarlo in tutta la sua bellezza.

"Non ci credo!" Esclamai facendo una piroetta. La gonna, riempitasi d'aria, pareva una mongolfiera colorata.
Col fiato sospeso afferrai ancora il foglio per leggere:

'Ora esci da lì e fai vedere a tutti quanto sei bella, Tania. Sei la principessa del fiume Moscova, la dea dei monti Urali, la zarina di tutta la Russia. La sei sempre stata, ma oggi tutti quanti lo devono vedere.'

~ ~ ~

Mosca era illuminata dal sole di settembre quella mattina. C'erano ancora i marciapiedi bagnati dalla pioggia del giorno precedente, e l'aria gelida ti penetrava la pelle e le ossa.
Con le mie decollette nere camminavo tra la gente a testa alta, nonostante queste m'impedissero di farlo con assoluta comodità. Per la prima volta mi sentivo bella, bella davvero, mentre il rumore dei tacchi ridondava sul suolo e reggevo sotto l'ascella una borsetta pailletata. Quando passavo, molte persone si voltavano verso di me prima di riprendere il loro cammino. Potevo sentire la voce nella loro testa dire 'e questa da dov'è uscita?'

Ben presto raggiunsi la grande Piazza Rossa, quel dì tragicamente fluente di turisti. Sullo sfondo c'era la piazza di San Basilio, il Cremlino e il mausoleo di Lenin. Mi sentivo così piccola mentre osservavo quel grande capolavoro umano guardarmi con immensità. Procedevo a passo spedito, nascosta da quella folla così numerosa, mischiandomi in quell'umanità che solo un Dio amorevole poteva davvero notare e redimere. In mezzo a tutte quelle persone mi sentivo così sola, ma poi mi bastava afferrare la lettera di Michael per non sentirmi più così abbandonata. Lui era accanto a me nonostante fosse fisicamente lontano. Mentre camminavo leggevo il foglio sentendo la sua voce:

'La Piazza Rossa è davvero incantevole. Ci sono stato l'altro ieri, grazie all'aiuto della Milizia che ha delimitato il posto con le opportune transenne. Ho visitato anche l'orfanotrofio di Mosca, mi ha fatto piacere poter dare ai bambini qualche regalo e un po' di supporto. Erano così bisognosi di ricevere un po' di calore umano, lo percepivo dai loro occhi spaventati e confusi. Che cosa triste vedere quegli esserini senza una certezza nella propria vita, senza un po' di gioia o colore nella loro quotidianità. Se potessi, li adotterei tutti! Continua a camminare Tania, e ammira il rosso di questa piazza. Trasuda una storia che si sta cercando di seppellire e cancellare da tempo.'

Entrai nel mausoleo, ammirando per la prima volta il corpo di Vladimir Ilyich Ulyanov, meglio conosciuto come Lenin. Esso era dentro una grande tomba rossa come il sangue. Riposava placidamente, con le mani sul grembo, e il viso inondato dal trucco e da tutti quegli stratagemmi volti a preservare il suo cadavere.
Lo osservavo come una studiosa mentre stavo a braccia conserte, ma con la coda dell'occhio riuscii a scorgere un uomo su d'età - in mezzo ai visitatori - che mi stava guardando. Mi voltai verso di lui confusa, cercando di capire cosa volesse da me.

"Affascinante, vero?" Chiese con un sorriso. Quando parlava i suoi baffi bianchi vibravano.

"Alquanto strano, aggiungerei..." mormorai, riprendendo ad osservare quella salma. Era strana davvero, macabra direi.

Ricordo che dopo quella visita ero andata al Coffeeemania a gustare una buona tazza di tè. Seduta sul tavolo avevo preso un giornale e, notando che tra le pagine c'era un articolo concernente Michael, decisi di leggere quest'ultimo.

'Nel caos della grande Mosca, forse soltanto Vladimir Lenin dorme tranquillo e ben protetto, chiuso nel Mausoleo sulla Piazza Rossa', diceva ad un certo punto l'articolo. 'e il paragone non sfugge ai giovani fan moscoviti che assediano l'hotel Metropol: "Tra naso rifatto, ricci stirati, creme per sbiancare la pelle, Michael ormai è una mummia come deduska Lenin", scherza una ragazzina dietro le transenne. La differenza rispetto all' imbalsamato padre della rivoluzione è che Michael si alza dal suo 'sepolcro' ultra-difeso, e cammina con l'aria stralunata di un extraterrestre.'

Chiusi il giornale con una smorfia disgustata. Quante bugie, quante bugie, quante bugie...

Dopo quella pausa ripresi il mio cammino, raggiungendo il fiume Moscova, sulla prospettiva Kremlevskaya. Quel dì l'acqua era limpida e luccicava a motivo del sole alto, ed ogni tanto qualche scafo passava di lì facendo gran rumore.
Camminavo con il petto in fuori, il sorriso dipinto sulle labbra. Guardavo il cielo azzurro, mi sentivo la protagonista di una fiaba. E tra le mani reggevo le parole di Michael, il quale mi stava accompagnando nel viaggio più significativo della mia vita. Niente di quello sarebbe successo se non fosse stato per lui. Dio solo sapeva quanto lo amavo e gli ero grata. Trasportata da questi pensieri stiracchiai il foglio e ripresi a leggere.

'Procedi sulla prospettiva Kremlevskaya, Tania. Tra poco dovresti raggiungere un piccolo appartamento con le mura gialle. Voglio che ti avvicini alla porta dell'entrata. Fidati di me.'

Osservai il foglio confusa, non capivo il perché di quel comando. Ma poi intravidi il famoso edificio giallo, così decisi di avvicinarmi. Una volta di fronte al portone, il mio cuore perse un battito quando scorsi tra i campanelli il nome Chernenko. Michael, ma che diavolo...?

Suonai con affanno il campanello. Ed attesi con il cuore in gola.
D'un tratto una donna anziana aprii la porta. Aveva gli occhi verdi che sprigionavano dal suo viso corrugato. I suoi capelli erano biondi e grigi, e un'enorme cicatrice adagiava sulla sua fronte.

"Tatiana?" Chiese lei, lasciandomi ancora più stordita.

"Sì?"

Questa donna allungò le mani tremanti, carezzandomi le guance. Aveva gli occhi lucidi e le labbra tremanti.

"La mia nipotina..." sussurrò con voce strozzata. "Assomigli tutta al mio Shura..."

"Nonna Natalia?" Mormorai scioccata. Lei mi abbracciò con trasporto, e io non potei fare altro che stringerla e piangere per la commozione.

"Ancora non posso credere di averti qui..." disse la donna dopo avermi fatta accomodare sul divano della sua piccola casa. Ben presto si sedette anche lei prendendomi le mani. "Non potevi farmi regalo migliore, tesoro... sei tutto ciò che mi rimane."

"Chi ti ha avvisato del mio arrivo?"

"Un signore molto importante." Rispose lei. "Mi ha spiegato del tuo arrivo e di tutto quanto. All'inizio non ci credevo, ma lui conosceva talmente bene la storia di mio figlio che dovetti credergli."

Le mie mani ebbero un tremito. No, non era possibile. Cos'altro doveva fare quell'uomo per rendermi più felice di così?
Nel frattempo nonna Natasha mi osservava imbambolata:

"Sei bellissima dorogaya...", sussurrò carezzandomi la guancia. "Tua mamma, Naira? Naira come sta?"

"Sta bene", le sorrisi. "Sta benissimo."

"Povera ragazza, cosa ne ha passate..." mormorò amareggiata. "Per non parlare di Vasilij, o Dio..."

"Lo ha preso il KGB, vero?"

"Sì", annuì. "Lo sono venuti a prendere di notte, mentre dormiva con sua sorella Marina. Lo hanno interrogato sino allo sfinimento, ma poi ci hanno perquisito la stanza e hanno trovato delle prove assolutamente false! La verità è che si erano intrufolati per nasconderle..."

"Lo so, ma come diavolo hanno fatto?"

"Marina aveva una relazione con uno di loro, per questo avevano libero accesso nella nostra casa."

"Dov'è ora zia Marishka?"

"È morta." Disse con un sospiro. "L'hanno violentata e poi linciata."

Notando il mio sguardo amareggiato, nonna scosse la testa con un sorriso: "Ma ora dobbiamo pensare al fatto che tu sia qui, con me. Finalmente ci siamo ritrovate. Ho sempre vissuto immaginando la mia nipotina, sperando che fosse ancora viva. Non avevo idea dove fossi, con chi fossi, se stessi bene o meno. Per anni mi sono perseguita al pensiero di non trovarti mai. Ed oggi, che sono una povera vedova sola e con i figli deceduti, Dio ha scelto di darmi una seconda possibilità restituendomi te.." biascicava piangendo a dirotto.

Presa dalla commozione abbracciai la donna minuta, avvertendo un calore che pensai davvero fosse di famiglia. D'un tratto cominciai a singhiozzare anch'io, pervasa da quell'aurea d'amore così commovente.
Rimanemmo abbracciate per molto tempo, strette l'una tra le braccia dell'altra. Poi lei mi consegnò delle foto bianche e nere, insieme ad una buona tazza di tè caldo.

"Questi sono tua padre e zia Marina..." disse, indicando i due bambini raffigurati in aperta campagna; stavano sorridendo. "Avevano nove e dieci anni qui, giocavano a fare la guerra nei campi di grano a Tolmacëvo, il posto dove trascorrevamo le vacanze estive."

Osservai il pezzo di carta estasiata. Mio padre era molto magro, alto e con i capelli scuri. Aveva anche due occhi grandi e pronunciati, e le labbra carnose.
Lo carezzai con l'indice, pensando a quanto ci somigliassi.
In seguito babushka Natasha mostrò una foto di mio padre, allora ventenne, con la divisa dell'Armata Rossa indosso.

"Questo è tuo padre dopo l'addestramento militare, aveva ricevuto la medaglia d'onore. Era un soldato semplice, ma è sempre stato apprezzato per la sua tenacia e il suo coraggio." Spiegò la vecchia con una nota d'orgoglio.

"Era bellissimo..." sussurrai.

"Sì, lo era. Tua madre aveva perso la testa per lui... ma posso dire lo stesso anche di Vasilij. Si sono amati disperatamente sino alla fine..." spiegò prendendomi la mano. "Tu sei stata concepita da un amore bellissimo..."

La guardai con gratitudine. Era davvero una signora per bene, dall'aria un po' stanca, ma con gli occhi buoni. Gli mancava qualche dente.

"Sono stata io a dire a tua madre di scappare", spiegò la donna. "Siccome lei e Shura si erano sposati in gran segreto, e Golubev lo aveva scoperto, quest'ultimo avrebbe fatto di tutto per prenderla. Ma lei voleva vivere, voleva salvarti, e così anch'io. L'ho coperta fino alla fine, ma poi sono fuggita sui monti Urali con mia figlia, nascondendoci da mia madre Masha. Speravo che almeno lì Marina stesse al sicuro, ma ben presto quegli uomini ci raggiunsero uccidendo sia lei che la tua bisnonna. Io sono riuscita a fuggire in tempo, così come anche tua madre", nel frattempo fece un lungo respiro. "Io ho odiato Naira, lo devo ammettere. Per colpa sua avevo perso tutto quanto... ma almeno speravo che fuori di qui potesse crescere la mia nipotina in serenità."

"Mi dispiace così tanto, nonna..." sussurrai.

"Non è stata colpa tua, Tanechka. E sono così felice di vederti bella e in salute. Grazie di essere qui bambina mia."

Grazie babushka, grazie papa, grazie mama.
E più di tutti, grazie Michael.



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