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Le sue mani percorrevano il mio corpo: avide ed impazienti. Avevo le gambe incrociate sul suo bacino e le mie braccia attorcigliate dietro il suo collo.
Il calore che avevo sentito inizialmente partire dal basso ventre si era propagato per tutto il corpo ormai, ed io, ero più vicina al limite di quanto pensassi.

«Amber..» sussurrò sulle mie labbra con il respiro evidentemente affannato, come se avesse corso.
Forse era così: avevamo corso, anche troppo. Ma entrambi sapevamo che questo era solo sesso, niente sentimenti a complicare le cose, niente di niente. Sesso e basta.
Troppo occupata a sentire le sue mani su ogni parte del mio corpo mi lasciai andare, non controllando un vistoso gemito - che andò immediatamente a rimbombare nella sua bocca-, al quale rispose con un ringhio, per poi mordermi un labbro in modo abbastanza violento.
A noi era così che piaceva; violento, rude. Così lo volevamo per evitare di affezionarsi l'uno all'altra, per evitare di rovinare tutto, ancora una volta, con i sentimenti.

Sentii qualcosa alle mie spalle: un muro. Michael mi schiacciò contro quest'ultimo e il suo corpo e potei sentire ancora più chiaramente la sua erezione premere su di me. Questa cosa mi eccitava un sacco, cominciai a muovere le mie mani e cercare di fargli capire che non volevo aspettare un secondo di più: graffiai la sua schiena e, staccando la bocca dalla sua, cominciai a mordere il suo collo lasciando tracce di me. I suoi gemiti e ringhi gutturali non tardarono a raggiungere le mie orecchie: il fatto che stesse così, a causa mia, mi mandava fuori di testa: strinsi le mie gambe sul suo bacino per cercare di avvicinarlo di più - come se fosse possibile - mentre entrambi cominciammo a gemere senza ritegno.
Con un gesto improvviso si staccò dal muro tenendomi tra le braccia, stretta: non voleva perdere il contatto. Chiusi gli occhi per godermi la vicinanza delle nostre intimità concentrandomi solo su quello.

"Fottimi come non hai mai fatto in vita tua."

L'unico pensiero che riuscivo a formulare era questo, ma non volevo dirlo, perché non sapevo se la mia voce sarebbe riuscita a seguire le mie labbra nel pronunciare quelle parole. Mi sentivo come sul punto di dover finire una mela troppo succosa: c'era sempre troppo succo, troppo perché potessi mai riuscire a prosciugarla, e, mentre continuavo a tentare, invece di stancarmi ne diventavo sempre più dipendente.

Eravamo arrivati in camera dove Mike mi stese sul letto e cominciò a spogliarmi, in poco tempo rimasi solo in slip e mi apprestai a fare la stessa identica cosa a lui, con il suo impaziente aiuto. Aveva questa cosa Mike, che mi era sempre piaciuta: non tremava. Tutti i ragazzi con cui ero stata, in questi momenti tremavano: nel togliermi i vestiti, nel togliersi i vestiti.. Lui no, lui non tremava, era proprio uguale a me: voleva il piacere e non era timido quando gli dicevi di andarselo a prendere.

Impaziente come sempre, quasi strappai i sui boxer - sempre con il suo aiuto - la sua enorme erezione era davanti a me e non ero sicura che sarebbe entrata tutta, ma volevo scoprirlo, subito.

«Adesso.. Ti fotto.» mormorò come fosse una cosa da introdurre con delle parole, non feci in tempo a rispondere con delle frasi sarcastiche o roteando gli occhi al soffitto, che si infilò dentro di me strappandomi gli slip un secondo prima di entrare.

Le sue spinte furono profonde e violente fin dall'inizio, come piaceva a me: faceva un po' male, ma io volevo il dolore insieme al piacere. Sostenevo che il piacere non poteva esistere se prima non c'era stato il dolore e viceversa. I contrari devono esistere, altrimenti non possono sopravvivere.

Le sue mani erano ai lati della mia testa e stringevano le coperte con rabbia, mentre mi guardava negli occhi e continuava a spingere più forte che poteva, sempre più veloce.
I miei occhi, anch'essi fissi nei suoi, presto si sarebbero chiusi mentre urlavo il suo nome, le mie mani stese accanto ai nostri bacini uniti, si tenevano con forza alle coperte.
Assecondavo i suoi movimenti, quando sentì chiaramente di doverlo avvertire, ma mi precedette.

«Cazzo, Amber.. » ansimó sonoramente continuando a guardare le mie iridi.
«Michael.. Io.. » cercai disperatamente di rispondere, ma, ovviamente, il mio corpo fece per me, facendomi gridare mentre reclinavo la testa all'indietro e chiudevo gli occhi, seguita da Michael.

Sentì il suo sperma dentro di me e pensai che fosse la cosa più bella del mondo, più bella di una qualsiasi storia d'amore. Uscì da me e si stese al mio fianco per riprendere fiato, io non aspettai, e ancora stordita mi diressi verso la porta che celava il bagno. Mi chiusi a chiave - sapendo che da lì a poco Mike avrebbe chiesto spiegazioni - aprì l'acqua del rubinetto e mi avvolsi in un asciugamano lungo sedendomi a terra, mentre il senso di vuoto che provavo ogni volta cominciò a scaldarmi il petto e le lacrime bollenti solcarono il mio viso.
Mi sentii così.. Sporca, ma soprattutto sola. Ogni volta.
Ogni volta che avevo un rapporto sessuale, per quanto appagante, non riuscivo a rimanere in pace con me stessa, e ancora, ogni volta, mi dicevo che valeva la pena fare sesso: provare un piacere così grande anche solo per qualche minuto, se poi avrei dovuto sopportare qualche lacrima di solitudine.

Chissà come mai, dimenticavo del sentimento di solitudine e del dolore straziante che provocava quelle lacrime.

Continuando a piangere con singhiozzi silenziosi, e la vista appannata, guardai l'acqua del rubinetto scorrere: perfetto, adesso dovevo sentirmi in colpa pure per tutte le famiglie che non avevano acqua, ed io la stavo sprecando in quel modo così stupido.
Mi alzai dal pavimento e la chiusi, andando verso la doccia lasciando cadere l'asciugamano per terra e infiladomi sotto al getto bollente: almeno potevo dire di averla usata per qualcosa di sensato il giorno del giudizio.

Anche se avevo l'impressione che la mia condanna avrebbe riguardato qualche altro peccato, forse un po' più grave.

Guardai in alto e chiusi immediatamente gli occhi lasciando che l'acqua picchiasse sul mio volto, confondendosi con le mie lacrime salate, che disegnavano pian piano, una maschera sul mio viso: una maschera visibile solo ai pazzi e i sofferenti.Le sue mani percorrevano il mio corpo: avide ed impazienti. Avevo le gambe incrociate sul suo bacino e le mie braccia attorcigliate dietro il suo collo.

Il calore che avevo sentito inizialmente partire dal basso ventre si era propagato per tutto il corpo ormai, ed io, ero più vicina al limite di quanto pensassi.

«Amber..» sussurrò sulle mie labbra con il respiro evidentemente affannato, come se avesse corso.
Forse era così: avevamo corso, anche troppo. Ma entrambi sapevamo che questo era solo sesso, niente sentimenti a complicare le cose, niente di niente. Sesso e basta.
Troppo occupata a sentire le sue mani su ogni parte del mio corpo mi lasciai andare, non controllando un vistoso gemito - che andò immediatamente a rimbombare nella sua bocca-, al quale rispose con un ringhio, per poi mordermi un labbro in modo abbastanza violento.
A noi era così che piaceva; violento, rude. Così lo volevamo per evitare di affezionarsi l'uno all'altra, per evitare di rovinare tutto, ancora una volta, con i sentimenti.

Sentii qualcosa alle mie spalle: un muro. Michael mi schiacciò contro quest'ultimo e il suo corpo e potei sentire ancora più chiaramente la sua erezione premere su di me. Questa cosa mi eccitava un sacco, cominciai a muovere le mie mani e cercare di fargli capire che non volevo aspettare un secondo di più: graffiai la sua schiena e, staccando la bocca dalla sua, cominciai a mordere il suo collo lasciando tracce di me. I suoi gemiti e ringhi gutturali non tardarono a raggiungere le mie orecchie: il fatto che stesse così, a causa mia, mi mandava fuori di testa: strinsi le mie gambe sul suo bacino per cercare di avvicinarlo di più - come se fosse possibile - mentre entrambi cominciammo a gemere senza ritegno.
Con un gesto improvviso si staccò dal muro tenendomi tra le braccia, stretta: non voleva perdere il contatto. Chiusi gli occhi per godermi la vicinanza delle nostre intimità concentrandomi solo su quello.

"Fottimi come non hai mai fatto in vita tua."

L'unico pensiero che riuscivo a formulare era questo, ma non volevo dirlo, perché non sapevo se la mia voce sarebbe riuscita a seguire le mie labbra nel pronunciare quelle parole. Mi sentivo come sul punto di dover finire una mela troppo succosa: c'era sempre troppo succo, troppo perché potessi mai riuscire a prosciugarla, e, mentre continuavo a tentare, invece di stancarmi ne diventavo sempre più dipendente.

Eravamo arrivati in camera dove Mike mi stese sul letto e cominciò a spogliarmi, in poco tempo rimasi solo in slip e mi apprestai a fare la stessa identica cosa a lui, con il suo impaziente aiuto. Aveva questa cosa Mike, che mi era sempre piaciuta: non tremava. Tutti i ragazzi con cui ero stata, in questi momenti tremavano: nel togliermi i vestiti, nel togliersi i vestiti.. Lui no, lui non tremava, era proprio uguale a me: voleva il piacere e non era timido quando gli dicevi di andarselo a prendere.

Impaziente come sempre, quasi strappai i sui boxer - sempre con il suo aiuto - la sua enorme erezione era davanti a me e non ero sicura che sarebbe entrata tutta, ma volevo scoprirlo, subito.

«Adesso.. Ti fotto.» mormorò come fosse una cosa da introdurre con delle parole, non feci in tempo a rispondere con delle frasi sarcastiche o roteando gli occhi al soffitto, che si infilò dentro di me strappandomi gli slip un secondo prima di entrare.

Le sue spinte furono profonde e violente fin dall'inizio, come piaceva a me: faceva un po' male, ma io volevo il dolore insieme al piacere. Sostenevo che il piacere non poteva esistere se prima non c'era stato il dolore e viceversa. I contrari devono esistere, altrimenti non possono sopravvivere.

Le sue mani erano ai lati della mia testa e stringevano le coperte con rabbia, mentre mi guardava negli occhi e continuava a spingere più forte che poteva, sempre più veloce.
I miei occhi, anch'essi fissi nei suoi, presto si sarebbero chiusi mentre urlavo il suo nome, le mie mani stese accanto ai nostri bacini uniti, si tenevano con forza alle coperte.
Assecondavo i suoi movimenti, quando sentì chiaramente di doverlo avvertire, ma mi precedette.

«Cazzo, Amber.. » ansimó sonoramente continuando a guardare le mie iridi.
«Michael.. Io.. » cercai disperatamente di rispondere, ma, ovviamente, il mio corpo fece per me, facendomi gridare mentre reclinavo la testa all'indietro e chiudevo gli occhi, seguita da Michael.

Sentì il suo sperma dentro di me e pensai che fosse la cosa più bella del mondo, più bella di una qualsiasi storia d'amore. Uscì da me e si stese al mio fianco per riprendere fiato, io non aspettai, e ancora stordita mi diressi verso la porta che celava il bagno. Mi chiusi a chiave - sapendo che da lì a poco Mike avrebbe chiesto spiegazioni - aprì l'acqua del rubinetto e mi avvolsi in un asciugamano lungo sedendomi a terra, mentre il senso di vuoto che provavo ogni volta cominciò a scaldarmi il petto e le lacrime bollenti solcarono il mio viso.
Mi sentii così.. Sporca, ma soprattutto sola. Ogni volta.
Ogni volta che avevo un rapporto sessuale, per quanto appagante, non riuscivo a rimanere in pace con me stessa, e ancora, ogni volta, mi dicevo che valeva la pena fare sesso: provare un piacere così grande anche solo per qualche minuto, se poi avrei dovuto sopportare qualche lacrima di solitudine.

Chissà come mai, dimenticavo del sentimento di solitudine e del dolore straziante che provocava quelle lacrime.

Continuando a piangere con singhiozzi silenziosi, e la vista appannata, guardai l'acqua del rubinetto scorrere: perfetto, adesso dovevo sentirmi in colpa pure per tutte le famiglie che non avevano acqua, ed io la stavo sprecando in quel modo così stupido.
Mi alzai dal pavimento e la chiusi, andando verso la doccia lasciando cadere l'asciugamano per terra e infiladomi sotto al getto bollente: almeno potevo dire di averla usata per qualcosa di sensato il giorno del giudizio.

Anche se avevo l'impressione che la mia condanna avrebbe riguardato qualche altro peccato, forse un po' più grave.

Guardai in alto e chiusi immediatamente gli occhi lasciando che l'acqua picchiasse sul mio volto, confondendosi con le mie lacrime salate, che disegnavano pian piano, una maschera sul mio viso: una maschera visibile solo ai pazzi e i sofferenti.Le sue mani percorrevano il mio corpo: avide ed impazienti. Avevo le gambe incrociate sul suo bacino e le mie braccia attorcigliate dietro il suo collo.

Il calore che avevo sentito inizialmente partire dal basso ventre si era propagato per tutto il corpo ormai, ed io, ero più vicina al limite di quanto pensassi.

«Amber..» sussurrò sulle mie labbra con il respiro evidentemente affannato, come se avesse corso.
Forse era così: avevamo corso, anche troppo. Ma entrambi sapevamo che questo era solo sesso, niente sentimenti a complicare le cose, niente di niente. Sesso e basta.
Troppo occupata a sentire le sue mani su ogni parte del mio corpo mi lasciai andare, non controllando un vistoso gemito - che andò immediatamente a rimbombare nella sua bocca-, al quale rispose con un ringhio, per poi mordermi un labbro in modo abbastanza violento.
A noi era così che piaceva; violento, rude. Così lo volevamo per evitare di affezionarsi l'uno all'altra, per evitare di rovinare tutto, ancora una volta, con i sentimenti.

Sentii qualcosa alle mie spalle: un muro. Michael mi schiacciò contro quest'ultimo e il suo corpo e potei sentire ancora più chiaramente la sua erezione premere su di me. Questa cosa mi eccitava un sacco, cominciai a muovere le mie mani e cercare di fargli capire che non volevo aspettare un secondo di più: graffiai la sua schiena e, staccando la bocca dalla sua, cominciai a mordere il suo collo lasciando tracce di me. I suoi gemiti e ringhi gutturali non tardarono a raggiungere le mie orecchie: il fatto che stesse così, a causa mia, mi mandava fuori di testa: strinsi le mie gambe sul suo bacino per cercare di avvicinarlo di più - come se fosse possibile - mentre entrambi cominciammo a gemere senza ritegno.
Con un gesto improvviso si staccò dal muro tenendomi tra le braccia, stretta: non voleva perdere il contatto. Chiusi gli occhi per godermi la vicinanza delle nostre intimità concentrandomi solo su quello.

"Fottimi come non hai mai fatto in vita tua."

L'unico pensiero che riuscivo a formulare era questo, ma non volevo dirlo, perché non sapevo se la mia voce sarebbe riuscita a seguire le mie labbra nel pronunciare quelle parole. Mi sentivo come sul punto di dover finire una mela troppo succosa: c'era sempre troppo succo, troppo perché potessi mai riuscire a prosciugarla, e, mentre continuavo a tentare, invece di stancarmi ne diventavo sempre più dipendente.

Eravamo arrivati in camera dove Mike mi stese sul letto e cominciò a spogliarmi, in poco tempo rimasi solo in slip e mi apprestai a fare la stessa identica cosa a lui, con il suo impaziente aiuto. Aveva questa cosa Mike, che mi era sempre piaciuta: non tremava. Tutti i ragazzi con cui ero stata, in questi momenti tremavano: nel togliermi i vestiti, nel togliersi i vestiti.. Lui no, lui non tremava, era proprio uguale a me: voleva il piacere e non era timido quando gli dicevi di andarselo a prendere.

Impaziente come sempre, quasi strappai i sui boxer - sempre con il suo aiuto - la sua enorme erezione era davanti a me e non ero sicura che sarebbe entrata tutta, ma volevo scoprirlo, subito.

«Adesso.. Ti fotto.» mormorò come fosse una cosa da introdurre con delle parole, non feci in tempo a rispondere con delle frasi sarcastiche o roteando gli occhi al soffitto, che si infilò dentro di me strappandomi gli slip un secondo prima di entrare.

Le sue spinte furono profonde e violente fin dall'inizio, come piaceva a me: faceva un po' male, ma io volevo il dolore insieme al piacere. Sostenevo che il piacere non poteva esistere se prima non c'era stato il dolore e viceversa. I contrari devono esistere, altrimenti non possono sopravvivere.

Le sue mani erano ai lati della mia testa e stringevano le coperte con rabbia, mentre mi guardava negli occhi e continuava a spingere più forte che poteva, sempre più veloce.
I miei occhi, anch'essi fissi nei suoi, presto si sarebbero chiusi mentre urlavo il suo nome, le mie mani stese accanto ai nostri bacini uniti, si tenevano con forza alle coperte.
Assecondavo i suoi movimenti, quando sentì chiaramente di doverlo avvertire, ma mi precedette.

«Cazzo, Amber.. » ansimó sonoramente continuando a guardare le mie iridi.
«Michael.. Io.. » cercai disperatamente di rispondere, ma, ovviamente, il mio corpo fece per me, facendomi gridare mentre reclinavo la testa all'indietro e chiudevo gli occhi, seguita da Michael.

Sentì il suo sperma dentro di me e pensai che fosse la cosa più bella del mondo, più bella di una qualsiasi storia d'amore. Uscì da me e si stese al mio fianco per riprendere fiato, io non aspettai, e ancora stordita mi diressi verso la porta che celava il bagno. Mi chiusi a chiave - sapendo che da lì a poco Mike avrebbe chiesto spiegazioni - aprì l'acqua del rubinetto e mi avvolsi in un asciugamano lungo sedendomi a terra, mentre il senso di vuoto che provavo ogni volta cominciò a scaldarmi il petto e le lacrime bollenti solcarono il mio viso.
Mi sentii così.. Sporca, ma soprattutto sola. Ogni volta.
Ogni volta che avevo un rapporto sessuale, per quanto appagante, non riuscivo a rimanere in pace con me stessa, e ancora, ogni volta, mi dicevo che valeva la pena fare sesso: provare un piacere così grande anche solo per qualche minuto, se poi avrei dovuto sopportare qualche lacrima di solitudine.

Chissà come mai, dimenticavo del sentimento di solitudine e del dolore straziante che provocava quelle lacrime.

Continuando a piangere con singhiozzi silenziosi, e la vista appannata, guardai l'acqua del rubinetto scorrere: perfetto, adesso dovevo sentirmi in colpa pure per tutte le famiglie che non avevano acqua, ed io la stavo sprecando in quel modo così stupido.
Mi alzai dal pavimento e la chiusi, andando verso la doccia lasciando cadere l'asciugamano per terra e infiladomi sotto al getto bollente: almeno potevo dire di averla usata per qualcosa di sensato il giorno del giudizio.

Anche se avevo l'impressione che la mia condanna avrebbe riguardato qualche altro peccato, forse un po' più grave.

Guardai in alto e chiusi immediatamente gli occhi lasciando che l'acqua picchiasse sul mio volto, confondendosi con le mie lacrime salate, che disegnavano pian piano, una maschera sul mio viso: una maschera visibile solo ai pazzi e i sofferenti.



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