Il cuore della foresta di body-ko
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Capitolo pubblicato il 03-12-2009
Commenti al capitolo - 3
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Note: Questo racconto s’ispira a “Il Re degli Gnomi” di Angela Carter. Inoltre, partecipa alla Criticombola col prompt n° 18 – colore: muschio.
E’ un freddo pomeriggio di ottobre la prima volta che ti sei addentrata nella foresta. Da poco la pioggia ha smesso di cadere, ma il cielo è ancora ingombro di nubi cariche d’acqua; i tuoi stivaletti di pelle affondano nel sottobosco fangoso e tu avanzi cauta per timore di scivolare sulle foglie vischiose. Ti sei inoltrata nelle profondità del bosco dapprima seguendo il sentiero poi, quando non v’è più alcun sentiero, prosegui fidando nel tuo istinto di maga. Non c’è nel vecchio bosco nulla che può danneggiarti, non v’è anima viva, e tu prosegui per la tua strada nella tersa lucentezza di un solstizio fatale. Non sai ancora che lui già ti ha vista, forse sa già tutto di te e, paziente, aspetta.
Sei uscita dal collegio padrona di tutta la magia di cui i Custodi hanno ritenuto utile fornirti. Quando ti hanno assegnato quel tuo primo incarico, hai obbedito senza porre domande: ti fidi del tuo maestro e non esiti un attimo nell’eseguire i suoi ordini. Perché lo ami, come ogni discepolo ama la sua guida. Così sei finita sul confine, a far da guardiana ad una frontiera desolata, circondata da foresta e oscurità. Nella tua assoluta solitudine e nella tua incapacità di riconoscere il tuo malessere, ti sei sentita sempre più lontana da tutto e tutti; il ricordo della tua vita precedente, trascorsa tra le rassicuranti mura di pietra dell’austero collegio, sbiadisce insieme a quello delle persone care, che alla fine tanto importanti non erano, se ti hanno lasciata andare così facilmente e dimenticata. Nessuno ti ha mai amata veramente e perché mai avrebbe dovuto farlo poi, tu non sei nulla di speciale, anzi – a pensarci bene – sei pessima.
La ferita che hai dentro cresce sempre di più, fino a diventare una voragine: è ormai solo questione di tempo.
Il Re degli Gnomi ti farà tanto male, così narrano le antiche storie, quelle che tua nonna ti raccontava quando eri piccola. Non ci avevi mai creduto, ti sei sempre sentita forte e nessuno avrebbe mai potuto importi qualcosa che non volevi. Così l’avevi pensata a lungo, vanitosa come nessuna, ma il fato viaggia per sentieri ben più sottili. Non c’è mai stato bisogno che qualcuno t’imponesse niente. In realtà, hai sempre fatto quello che gli altri volevano, sempre stata una brava bambina, una studente coscienziosa, una maga rispettabile, e questo non perché t’impegnassi per esserlo, ma soprattutto perché non ti sarebbe riuscito essere nient’altro, non ti sono stati dati gli strumenti per essere altro, non le conoscenze, non la vera magia: non ti è mai stato insegnato il vero significato del coraggio. Sei stata coltivata per diventare una vittima, sei l’agnello pasquale, un cliché da romanzo di quart’ordine. Lui lo sa, non hai idea – povera sciocca – di quante donne ti hanno preceduta, di quante sono state coltivate nella tua stessa serra, ma presto lo saprai, saprai qual è la verità che i Custodì tengono nascosta e cioè che tu sei esattamente quello che loro vogliono tu sia. Non sei felice di rispondere in pieno alle aspettative del tuo caro maestro?
La prima volta arrivi alla sua casa quasi per caso, almeno così pensasti, ma chi ci crede più ormai. Colui che presto sarebbe diventato il tuo padrone vive nel profondo della foresta in un’antica dimora circondata da un verde cupo e privo di speranza, spento; la casa più che subire l’incombente presenza di quella marea di alberi e foglie, pare esserne l’origine, il cuore del mostro e dal mostro stesso è amata e vezzeggiata: le fronde degli alberi, scosse dal vento, la accarezzano con benevolenza. Ma la cosa più impressionante è il suo giardino, dove fioriscono statue di pietra. Alcune sono molto vecchie, la foresta le ha assimilate, la pioggia e le intemperie le hanno levigate a tal punto da renderle solo masse informi; altre sono recenti, offese solo in parte dall’umidità e dal muschio che col tempo le mangerà.
Sono tutte statue di donne, non è curiosa come cosa?
Lui è sulla porta di casa. Ti sorride amabilmente, mostrando i denti aguzzi, tu hai paura fin da subito perché quello che sta accadendo non è normale. Il confine doveva essere disabitato, così ti aveva sempre detto il tuo maestro, e quella creatura sorridente, dai folti capelli neri e dalla pelle scura, non è umana; è uno spirito del bosco, e la tua magia non può nulla contro tali creature: come puoi esser finita in un guaio simile? Proprio tu, che nella vita sei sempre stata così cauta e diligente… sempre appropriata, sempre corretta, attenta a non disturbare troppo.
Mentre lui ti si avvicina, senti la foresta richiudersi su di te.
Il Re degli Gnomi ha gli occhi verdi, verdi come muschio, verdi come relitti ricoperti di alghe marine, e ti stregano già allora: fin dalla prima volta che lo vedi, lui imprime su di te la sua malia. Ti prende per mano ed insieme ballate, tra le tristi statue di donne destinate al ruolo di comparsa; ti bacia colle sue labbra morbide, la sua mano tra i tuoi capelli, che ti accarezza e allo stesso tempo ti controlla. Il suo potere è assoluto nel cuore della foresta: la sua volontà è forte, sarebbe temibile ovunque, ma in quel luogo, in quel momento, è imbattibile. E tu sei sola, sempre sola: la solitudine è la tua più drammatica debolezza. Lui ride, di quel suo sorriso di fanciullo, furbesco e dolce insieme; ride degli uccelli che hanno sporcato, dei loro escrementi, il volto di quella stupida statua dall’aria compita, liquido bianco che le cola sui capelli di pietra e sugli occhi cechi: tu ridi con lui, anche se una parte di te vorrebbe urlare. Ti racconta che quella vecchia pietra vicino al cancello, a cui non rimane neppure la parvenza di un corpo umano, era stata la figlia del sindaco e l’altra, quella coll’abito da badessa, era stata molto testarda. Le lacrime scorrono sulle tue guance adesso perché ormai lo sai. Così accade, guardi i suoi occhi, innaturali, troppo grandi, troppo intensi, troppo. Senti il tuo corpo prosciugarsi fino all’ultima goccia di sangue, cerchi senza troppa convinzione di liberarti dalla sua presa, spinta solo dalla paura, ma la sua mano è un artiglio, e così i suoi occhi color del muschio ti divorano, e tu resti per sempre immobile, per sempre muta, per sempre imprigionata nella tua solitudine.
E’ un freddo pomeriggio di ottobre la prima volta che ti sei addentrata nella foresta. Da poco la pioggia ha smesso di cadere, ma il cielo è ancora ingombro di nubi cariche d’acqua; i tuoi stivaletti di pelle affondano nel sottobosco fangoso e tu avanzi cauta per timore di scivolare sulle foglie vischiose. Ti sei inoltrata nelle profondità del bosco dapprima seguendo il sentiero poi, quando non v’è più alcun sentiero, prosegui fidando nel tuo istinto di maga. Non c’è nel vecchio bosco nulla che può danneggiarti, non v’è anima viva, e tu prosegui per la tua strada nella tersa lucentezza di un solstizio fatale. Non sai ancora che lui già ti ha vista, forse sa già tutto di te e, paziente, aspetta.
Sei uscita dal collegio padrona di tutta la magia di cui i Custodi hanno ritenuto utile fornirti. Quando ti hanno assegnato quel tuo primo incarico, hai obbedito senza porre domande: ti fidi del tuo maestro e non esiti un attimo nell’eseguire i suoi ordini. Perché lo ami, come ogni discepolo ama la sua guida. Così sei finita sul confine, a far da guardiana ad una frontiera desolata, circondata da foresta e oscurità. Nella tua assoluta solitudine e nella tua incapacità di riconoscere il tuo malessere, ti sei sentita sempre più lontana da tutto e tutti; il ricordo della tua vita precedente, trascorsa tra le rassicuranti mura di pietra dell’austero collegio, sbiadisce insieme a quello delle persone care, che alla fine tanto importanti non erano, se ti hanno lasciata andare così facilmente e dimenticata. Nessuno ti ha mai amata veramente e perché mai avrebbe dovuto farlo poi, tu non sei nulla di speciale, anzi – a pensarci bene – sei pessima.
La ferita che hai dentro cresce sempre di più, fino a diventare una voragine: è ormai solo questione di tempo.
Il Re degli Gnomi ti farà tanto male, così narrano le antiche storie, quelle che tua nonna ti raccontava quando eri piccola. Non ci avevi mai creduto, ti sei sempre sentita forte e nessuno avrebbe mai potuto importi qualcosa che non volevi. Così l’avevi pensata a lungo, vanitosa come nessuna, ma il fato viaggia per sentieri ben più sottili. Non c’è mai stato bisogno che qualcuno t’imponesse niente. In realtà, hai sempre fatto quello che gli altri volevano, sempre stata una brava bambina, una studente coscienziosa, una maga rispettabile, e questo non perché t’impegnassi per esserlo, ma soprattutto perché non ti sarebbe riuscito essere nient’altro, non ti sono stati dati gli strumenti per essere altro, non le conoscenze, non la vera magia: non ti è mai stato insegnato il vero significato del coraggio. Sei stata coltivata per diventare una vittima, sei l’agnello pasquale, un cliché da romanzo di quart’ordine. Lui lo sa, non hai idea – povera sciocca – di quante donne ti hanno preceduta, di quante sono state coltivate nella tua stessa serra, ma presto lo saprai, saprai qual è la verità che i Custodì tengono nascosta e cioè che tu sei esattamente quello che loro vogliono tu sia. Non sei felice di rispondere in pieno alle aspettative del tuo caro maestro?
La prima volta arrivi alla sua casa quasi per caso, almeno così pensasti, ma chi ci crede più ormai. Colui che presto sarebbe diventato il tuo padrone vive nel profondo della foresta in un’antica dimora circondata da un verde cupo e privo di speranza, spento; la casa più che subire l’incombente presenza di quella marea di alberi e foglie, pare esserne l’origine, il cuore del mostro e dal mostro stesso è amata e vezzeggiata: le fronde degli alberi, scosse dal vento, la accarezzano con benevolenza. Ma la cosa più impressionante è il suo giardino, dove fioriscono statue di pietra. Alcune sono molto vecchie, la foresta le ha assimilate, la pioggia e le intemperie le hanno levigate a tal punto da renderle solo masse informi; altre sono recenti, offese solo in parte dall’umidità e dal muschio che col tempo le mangerà.
Sono tutte statue di donne, non è curiosa come cosa?
Lui è sulla porta di casa. Ti sorride amabilmente, mostrando i denti aguzzi, tu hai paura fin da subito perché quello che sta accadendo non è normale. Il confine doveva essere disabitato, così ti aveva sempre detto il tuo maestro, e quella creatura sorridente, dai folti capelli neri e dalla pelle scura, non è umana; è uno spirito del bosco, e la tua magia non può nulla contro tali creature: come puoi esser finita in un guaio simile? Proprio tu, che nella vita sei sempre stata così cauta e diligente… sempre appropriata, sempre corretta, attenta a non disturbare troppo.
Mentre lui ti si avvicina, senti la foresta richiudersi su di te.
Il Re degli Gnomi ha gli occhi verdi, verdi come muschio, verdi come relitti ricoperti di alghe marine, e ti stregano già allora: fin dalla prima volta che lo vedi, lui imprime su di te la sua malia. Ti prende per mano ed insieme ballate, tra le tristi statue di donne destinate al ruolo di comparsa; ti bacia colle sue labbra morbide, la sua mano tra i tuoi capelli, che ti accarezza e allo stesso tempo ti controlla. Il suo potere è assoluto nel cuore della foresta: la sua volontà è forte, sarebbe temibile ovunque, ma in quel luogo, in quel momento, è imbattibile. E tu sei sola, sempre sola: la solitudine è la tua più drammatica debolezza. Lui ride, di quel suo sorriso di fanciullo, furbesco e dolce insieme; ride degli uccelli che hanno sporcato, dei loro escrementi, il volto di quella stupida statua dall’aria compita, liquido bianco che le cola sui capelli di pietra e sugli occhi cechi: tu ridi con lui, anche se una parte di te vorrebbe urlare. Ti racconta che quella vecchia pietra vicino al cancello, a cui non rimane neppure la parvenza di un corpo umano, era stata la figlia del sindaco e l’altra, quella coll’abito da badessa, era stata molto testarda. Le lacrime scorrono sulle tue guance adesso perché ormai lo sai. Così accade, guardi i suoi occhi, innaturali, troppo grandi, troppo intensi, troppo. Senti il tuo corpo prosciugarsi fino all’ultima goccia di sangue, cerchi senza troppa convinzione di liberarti dalla sua presa, spinta solo dalla paura, ma la sua mano è un artiglio, e così i suoi occhi color del muschio ti divorano, e tu resti per sempre immobile, per sempre muta, per sempre imprigionata nella tua solitudine.








