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L'inverno mancato. di Nykyo
Categoria: Personaggi Famosi (RPF) - Sportivi
Rating: 14+
Personaggi: Brian Joubert
Genere: Introspettivo, Romantico
Note: Oneshot, Slash, Omosessualità
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Capitolo pubblicato il 08-12-2009
Commenti al capitolo - 3

Questa fanfiction non è a scopo di lucro. Non si vuole offendere o essere lesivi nei confronti delle persone reali descritte. E' una storia di pura fantasia e non vuole descrivere atteggiamenti reali.

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So close, no matter how far
Couldn't be much more from the heart
Forever trusting who we are
and nothing else matters

Never opened myself this way
Life is ours, we live it our way
All these words I don't just say
and nothing else matters.

(Nothing else matters – Metallica)








L’inverno mancato.



Brian richiuse la conchiglia del cellulare con uno scatto secco che risultò amplificato dal totale silenzio del pattinodromo deserto.
Il telefono era un piccolo Nokia scuro, di quelli che si possono far sparire facilmente perfino dentro le tasche dei jeans.
Nessuno ne conosceva l’esistenza o era al corrente del numero della sim, salvo lui e la persona che glielo aveva regalato.
Molto meno ingombrante del suo solito apparecchio grigio argento, al momento gli sembrava però decisamente più pesante, anche se Brian sapeva che era solo una stupida impressione dovuta al rimordere della sua coscienza.
Lo riaprì ancora una volta, per un breve attimo, con indecisione, e poi lo chiuse di nuovo, in modo brusco e nervoso.
La luce verde aleggiò nel buio ancora per un istante, smorzata dallo schermo delle sue dita, e poi anche il display esterno si spense e non rimase più nulla che potesse indicarne la presenza nell’ampio ufficio vuoto.
Ma, anche non avendolo più davanti agli occhi, Brian conservava una chiarissima immagine mentale del messaggio che, giusto un attimo prima, aveva riletto per l'ennesima volta.
Ormai aveva addirittura perso il conto di quanto spesso nell'ultimo anno si era ritrovato a rimuginare sulle poche parole di quello specifico SMS. Stéphane era stato quasi telegrafico: “Tranquillo. Comunque io conto di andare ugualmente.”
Ma ogni volta che Brian lo rileggeva non si sentiva tranquillo nemmeno un po’.
Era stato così al principio e, malgrado tutto, era ancora così anche a distanza di tanti mesi.
Per questo era tanto nervoso.
Senza trovar pace ascoltò il silenzio per un minuto o due, in attesa di un rumore rivelatore. Un qualunque suono o indizio che potesse indicargli la fine della sua attesa. Ma lì, nel cuore più riposto del palaghiaccio, i suoni del mondo esterno non riuscivano a farsi strada davvero.
Se anche un taxi si fosse fermato a motore acceso davanti all'ingresso, lì dove si trovava nell’ufficio del Direttore Amministrativo Brian non avrebbe potuto sentirlo.
Però poteva immaginare a perfezione cosa sarebbe successo di lì a poco, se le sue preghiere fossero state esaudite.
Il tassista, una volta parcheggiato, avrebbe ridotto i giri del motore al minimo e avrebbe atteso che il passeggero facesse quel che doveva, uscisse dal pattinodromo e risalisse in macchina per farsi portare all'aeroporto come pattuito.
Era logico pensare che sarebbe andata così.
Perciò Brian poteva quasi vedere Stéphane che si dirigeva svelto alla ricerca del custode.
E che non appena lo trovava si presentava e gli chiedeva in tono grato e gentile: «É lei che mi ha telefonato in albergo perché ha ritrovato la mia agenda?»
La risposta sarebbe stata: «Sì, signor Lambiel. É in direzione. Venga che l’accompagno…»
Le parole sarebbero state quelle, quasi alla lettera. Brian ne era certo perché era stato lui a concordare con il custode cosa avrebbe dovuto dire e anche ad allungargli una lauta mancia perché non si scordasse nulla, compreso di eclissarsi e svanire al momento più opportuno.
Brian aveva pensato a tutto e organizzato ogni cosa.
E, fra tante difficoltà, noleggiare un intero palaghiaccio con il permesso di poterlo usare in esclusiva per un paio di giorni, una notte compresa, forse era stata la cosa più facile di tutte.
Non che la sua richiesta fosse una tra le più comuni, ma non gli aveva causato poi troppi problemi.
In fondo era un campione del mondo. Non aveva mai avuto dubbi che nessuno, lì a Courchevel, proprio come in qualunque altra città francese dotata di un pattinodromo, avrebbe davvero osato rifiutargli un simile favore. Pagava di tasca sua, e poi c’era da considerare che aveva condito la sua richiesta con parecchi e ben studiati accenni a una sessione di allenamento speciale. Uno stage di preparazione che avrebbe avuto un’importanza capitale per la sua futura carriera e che, tra l’altro, sarebbe dovuto rimanere un segreto per tutti, stampa per prima.
Campione. Allenamento supersegreto. Era stato facile. Chi avrebbe potuto resistere a una simile combinazione?
Qualunque gestore di una struttura di alto livello nel circuito delle competizioni si sarebbe sentito onorato di essere chiamato a ospitare il teatro della strategia top secret di un grande fuoriclasse nazionale.
E così era stato.
Anche perché – e anche su questo Brian aveva fatto conto – c’erano poche probabilità che qualcuno si prendesse la responsabilità di un rifiuto che l’intero mondo dello sport avrebbe potuto rinfacciargli a vita se qualcosa fosse andato storto alla sua prossima competizione.
Chi di dovere aveva sicuramente pensato che non era proprio il caso di rischiare e nemmeno di inimicarsi una medaglia d’oro, e con lui l’intera Federazione Francese di pattinaggio. Non quando in fondo non ci sarebbe stato nessun vero problema nell’acconsentire alla sua richiesta.
E non si poteva certo temere che consegnandolo nelle sue mani il pattinodromo fosse danneggiato oppure utilizzato per scopi poco consoni.
Nessuno aveva motivo di non fidarsi di un atleta di così alto livello e tutti in Francia facevano il tifo per lui per mille motivi, quelli di ritorno commerciale e d’immagine non esclusi.
Magari se Brian avesse chiesto la stessa cosa qualche anno prima, dopo la disastrosa prestazione di Torino, la risposta sarebbe stata diversa. Allora era parso che la Francia intera non potesse perdonare il suo sesto posto alle Olimpiadi e che tutti avessero qualcosa da ridire su di lui, su chi lo allenava, su sua madre e su qualunque altro aspetto della sua vita.
L’avevano messo sotto la lente di un microscopio, accusato e giudicato colpevole di parecchi reati, tra i quali la troppa boria, e c’era stato perfino chi aveva ipotizzato che la sua carriera fosse finita, anche se Brian aveva avuto solo ventun anni.
Sì, forse se a quei tempi avesse domandato un palaghiaccio tutto per sé la risposta, perfino se si fosse offerto di pagare, sarebbe stata che la sua era l’ennesima trovata da gradasso, che come suo solito aveva avanzato pretese da perfetto presuntuoso, e che avrebbe anche potuto scordarsi un trattamento tanto di favore.
Ma dalle Olimpiadi del 2006 ne era passato di ghiaccio sotto la lama dei suoi pattini, e le medaglie e i riconoscimenti non gli erano certo mancati.
La Francia aveva deciso di volerlo ancora come esempio e come paladino, e a un eroe del ghiaccio nessuno si azzarda a rifiutare un pattinodromo se è chiesto con garbo, con cortesia e per di più con in mano un bell’assegno già firmato e dotato del giusto numero di zeri.
Così eccolo lì, appollaiato sul bordo di una scrivania dura come un sasso ad aspettare di scoprire se il suo piano avrebbe funzionato fino in fondo.
E più che sul legno gli sembrava di essere seduto sulle spine.
Per fortuna, a giudicare dall’ora che aveva controllato poco prima sullo schermo del cellulare, l’attesa non si sarebbe protratta troppo a lungo.
Se Stéphane non voleva rischiare di perdere l’aereo doveva per forza arrivare al palaghiaccio entro un lasso di tempo limitato.
Dopo tanti preparativi la cosiddetta Ora X era sul punto di scoccare.
Quindici, venti minuti al massimo, e la macchinosa sorpresa che aveva ideato sarebbe andata a segno, o sarebbe sfumata una volta per tutte.
Brian però ci sperava. La sua, in fondo, era una trappola ben congegnata.
Conoscendolo, infatti, era davvero difficile pensare che Stéphane potesse partire senza prima recuperare l’agendina che lui stesso gli aveva sfilato di nascosto dallo zaino.
Non perché la piccola Moleskine nera contenesse chissà quali segreti compromettenti, ma perché sulle sue pagine erano annotati dati assolutamente necessari affinché Stéphane potesse organizzare al meglio i propri impegni, gli allenamenti e perfino il tempo libero.
Proprio per questo, quando si era chiesto quale oggetto personale poteva sottrarre e usare come esca, la scelta di Brian era caduta sul taccuino.
E, a giudicare da come Stéphane l’aveva cercato in lungo e in largo per tutta la camera d’albergo, Brian non nutriva un grande timore che i suoi progetti andassero davvero a monte.
Era molto improbabile che Stéphane decidesse di farsi spedire l’agenda in Svizzera, rischiando che tardasse o che finisse smarrita chissà dove. Sarebbe stato strano che partisse senza passare dal pattinodromo.
Dunque, c’era da aspettarsi che sarebbe stato lì a minuti.
Brian non vedeva l’ora. Non ne poteva più di quell’incertezza. Ma nello stesso tempo era nervoso come e più che in prossimità di una gara.
Si disse per la centesima volta che non ne aveva motivo, che tutto era già sistemato, che gli operai che aveva ingaggiato avevano fatto un ottimo lavoro e che, di là sulla pista, le cose erano assolutamente perfette, però quel pensiero non fu sufficiente a tranquillizzarlo davvero.
Era più che soddisfatto del risultato dei lavori che aveva commissionato, anche considerando che erano stati eseguiti in un tempo brevissimo e che la segretezza su cui si era raccomandato in ogni modo era stata rispettata in pieno. Ma era comunque agitato e inquieto all’idea di quella che sarebbe potuta essere la reazione di Stéphane alla sua stramba improvvisata e a quel che aveva intenzione di proporgli.
Avrebbe dovuto sentirsi sereno, perché lo conosceva ormai da anni, tanto che in un certo senso erano cresciuti insieme, di competizione in competizione. In fondo la loro storia non era certo iniziata il giorno prima, anche se non l’avevano mai resa di pubblico dominio.
E a Stéphane di solito le sorprese facevano piacere, specie se provenivano da lui. Brian questo lo sapeva per certo.
Ok, forse il regalo che stava per fargli era un po’ eccessivo ed esageratamente romantico – tanto che doveva confessare a se stesso di esserne convinto ma anche parecchio imbarazzato – però era del tipo che di norma ogni innamorato sarebbe felice di ricevere.
Tutte considerazioni più che sensate che l’avrebbero fatto sentire in una botte di ferro, se non fosse stato per il piccolo particolare che Brian aveva messo in piedi tutta quella messinscena anche per placare i propri rimorsi e per farsi perdonare una specifica mancanza. Una che, malgrado il trascorrere del tempo, proprio non era riuscito a perdonarsi davvero.
Gli bastava ripensarci per passare dalla vergogna per la teatralità di quel che aveva escogitato al disagio per i motivi che l’avevano condotto ad agitarsi sullo scomodissimo bordo di una rigida scrivania in un pattinodromo vuoto.
E ripensarci era fin troppo facile.
Brian si ricordava dell’inizio dell’intera faccenda come se fosse accaduto appena il giorno prima.
Come avrebbe potuto scordarsi che era stato proprio lui a incominciare?
La verità era che il compagno, nel lungo periodo in cui Stéphane si era ritirato dalle competizioni, gli era mancato tantissimo.
Lui aveva continuato a gareggiare, ma si era sentito dimezzato per tutto il tempo. In un certo senso perfino come atleta.
E le occasioni per incontrarsi erano diminuite drasticamente.
Con gli impegni di entrambi che non coincidevano più di frequente come in passato, poi, anche le opportunità di sentirsi in qualunque altro modo non erano certo aumentate.
Senza contare che non si erano mai abituati a telefonarsi regolarmente e che Brian si sentiva sempre parecchio impacciato ogni volta che facevano uno strappo alla regola.
Il cellulare che Stéphane gli aveva regalato veniva usato più che altro per scambiare brevi SMS e rare telefonate goffe e davvero fugaci.
Brian non sapeva spiegarsi perché ma la lontananza, anziché farlo sentire più sciolto e distaccato, lo rendeva irrequieto, e la cornetta di qualunque tipo di telefono, lungi dall’essere un rifugio come lo era per tante altre persone, lo intimidiva al punto da renderlo davvero laconico.
Qualunque cosa avesse da comunicare al prossimo preferiva dirla di persona e con Stéphane era ancora meno portato alle chiacchierate a distanza.
Parlavano poco anche dal vivo, a dirla tutta, ma se non altro quand’erano insieme si intendevano a meraviglia in mille altri modi.
Si erano talmente abituati a comprendersi senza che nessun altro potesse sospettare quanto erano legati, che alla fine quasi sempre bastava uno sguardo, un’occhiata anche fugace, perché si capissero perfettamente.
Qualche volta, certo, anche il linguaggio del corpo era d’aiuto, ma di sicuro Brian non poteva contarci mentre erano al telefono.
Per quanto dovesse ammettere che diverse volte si era chiesto se anche su Stéphane il suono della sua voce dopo una lontananza un po’ più lunga del solito aveva gli stessi effetti che aveva su di lui. Non ultimo quello di ritrovarsi alle prese con esigenze e desideri che lo facevano sentire di nuovo un ragazzino nel pieno dell’adolescenza.
Cosa che di sicuro non gli succedeva per un SMS, salvo che Stéphane non avesse proprio deciso di torturarlo un po’.
I messaggi potevano essere cancellati ed erano un terreno più sicuro e meno problematico. Insomma, facevano sentire Brian molto più a suo agio.
Intrattenere conversazioni di coppia, specie se venate dalla patina romantica della nostalgia, non era comunque il suo forte, ma tentare di sostenerne una a mugugni e monosillabi, o peggio ancora a gemiti soffocati e singhiozzanti, in effetti, era qualcosa che proprio non funzionava.
A parte il fatto che, per un qualche motivo che non era in grado di spiegarsi in maniera davvero razionale, a Brian quelle rade telefonate, con o senza ansiti, sembravano sempre più indizianti e foriere di possibili scandali di qualunque incontro segreto lui e Stéphane potessero concedersi di persona.
In realtà sapeva bene che era una sciocchezza.
Era difficile ipotizzare che qualcuno potesse intercettare le sue conversazioni private, e invece sarebbe bastata una distrazione anche banale per far sì che qualcuno del loro ambiente scoprisse che lui e il suo rivale di sempre avevano una relazione.
La sua era una paura del tutto illogica. O forse era solo che si sarebbe sentito davvero un idiota se dopo tanti anni di segretezza e precauzioni – nonché di negazioni e di momenti in cui si era sentito un perfetto stronzo egoista – il loro segreto fosse diventato di pubblico dominio per colpa di una cosa stupida come una telefonata.
Se il mondo intero prima o poi doveva smascherarli che almeno fosse mentre erano l’uno accanto all’altro, magari intenti a godersi il lato non angosciante del loro rapporto.
Fosse stato per lui avrebbe tenuto la cosa per sé sempre e comunque, e al diavolo tutti gli altri. E in fondo Stéphane, anche se forse non proprio per gli stessi motivi, non era meno riservato di lui.
Ma Brian era anche disposto a immaginare che un giorno, quando una simile rivelazione non avrebbe più potuto nuocere in nessun modo alla carriera di entrambi, il loro segreto diventasse pubblico.
Solo la vedeva come un’eventualità davvero lontana nel tempo.
Nel frattempo preferiva essere prudente in eccesso che rischiare in qualunque modo.
E poi, ok, davvero quello di essere intercettati era un timore assurdo, se ci pensava con calma lo vedeva anche lui, però non era mai riuscito a non provarlo.
Sarebbe stato davvero troppo stupido veder crollare anni di segretezza per quattro chiacchiere telefoniche fatte nel momento e nel posto sbagliato.
Per quanto la cosa fosse incongrua Brian avrebbe preferito essere smascherato da un bacio di quelli da prima pagina dei tabloid, piuttosto che da un tabulato telefonico.
“Bacio shock! Joubert e Lambiel pizzicati in un’intimità ben poco fraintendibile. Il ghiaccio si fa bollente” era un titolo che lo faceva rabbrividire per più di un motivo, ma che almeno gli pareva meno idiota di un eventuale: “Rivelazione: Il campione di Francia flirta con la Svizzera. La trascrizione di tutta la telefonata nelle pagine interne. Il ghiaccio si tinge di rosa”.
E anche per questo lui e Stéphane finivano sempre col limitare ogni conversazione via telefono giusto al minimo indispensabile, soprattutto quando erano lontani dalle mura sicure di casa.
Entrambi se ne erano fatti una ragione; Brian poteva passare ore al telefono con sua madre, le rarissime volte che non l’aveva accanto a sé, ma tra lui e Stéphane le cose funzionavano davvero solo di persona.
Niente chiamate intercontinentali per darsi il buongiorno o la buonanotte come piccioncini in amore, insomma.
Non che lui o Stéphane ambissero a sbaciucchiare un cellulare come due adolescenti, ma la nostalgia che entrambi avevano provato durante l’anno che li aveva visti quasi sempre lontani era stata senza dubbio acuita dal fatto di avere a malapena potuto sentire l’uno la voce dell’altro.
Era anche per questo che Brian si era lasciato sfuggire quella che nella sua mente aleggiava come La Promessa Mancata del Secolo, per quanto non si fosse trattato che di accordarsi per trascorrere due giorni da soli nel periodo prenatalizio.
Avrebbero dovuto incontrarsi per festeggiare l’onomastico di Stéphane.
Sarebbe stato anche un modo di augurarsi Buon Natale visto che, come entrambi sapevano già, avrebbero festeggiato il 25 dicembre in luoghi diversi e distanti.
L’idea era nata in occasione del compleanno di Brian, il 20 settembre.
Era stata una di quelle occasioni, come per il 2 di aprile – in quel caso era Stéphane a compiere gli anni – in cui si erano concessi una vera chiamata.
Brian si ricordava anche troppo bene quanto Stéphane gli era sembrato malinconico al pensiero che non si sarebbero visti nemmeno per un abbraccio e per una fetta di torta. E di quanto il suo tono gli era parso teso, anche se aveva fatto di tutto per non mostrarlo.
Non se ne era stupito nemmeno un po’.
Appena cinque giorni e Stéphane avrebbe ripreso a gareggiare dopo un anno di ritiro.
Brian sapeva che Stéphane aveva ponderato per il meglio la sua rinuncia alle competizioni e che aveva cercato di prendere la cosa con tutta la filosofia possibile. La sua non era stata una scelta presa a cuor leggero o per mero capriccio.
Stéphane non era uno che si lasciava abbattere facilmente dal dolore e dalle difficoltà, quindi era subito stato evidente che si era arreso al ritiro solo perché l’aveva considerato inevitabile.
E in qualche modo era riuscito a trovare una sua serenità anche riguardo a una decisione così gravosa. Ma Brian si rendeva conto che Stéphane doveva comunque aver sofferto più di quanto non avesse mai lasciato trasparire né in pubblico né in sua presenza.
Tornare in pista per lui doveva essere stata una sfida esaltante, ma di sicuro non priva di motivi di ansia e di preoccupazione. Una scommessa con se stesso che non gli aveva risparmiato alcun rischio, compreso quello di una cocente delusione.
Brian poteva capirlo benissimo e si rendeva conto che a Stéphane la prima gara non poteva che essere parsa, oltre che come un attimo cruciale, anche come un salto nel vuoto. Non era impossibile riuscire ad atterrare in piedi, ma non lo era nemmeno fallire.
Nulla di strano che quel giorno al telefono Stéphane avesse avuto una vena di agitazione nella voce.
Brian si sarebbe semmai meravigliato di sentirlo davvero sereno alla vigilia di un momento tanto cruciale.
Il Trofeo Nebelhorn non era stato una gran competizione, certo, ma tra l’altro aveva avuto il valore di una gara di qualificazione per le olimpiadi e, soprattutto, per Stéphane aveva significato rinascere a una nuova carriera sul ghiaccio. Chiunque sarebbe stato ben più che nervoso.
Lui per primo – e Brian se lo ricordava ancora benissimo – era stato ansioso in attesa della data fatidica.
Si era sentito teso e preoccupato, anche se forse meno di quanto aveva previsto.
Se ci ripensava si rendeva conto che all’idea di veder tornare in pista Stéphane la sua calma era stata quasi surreale. Era rimasto esteriormente impassibile fino alla fine del torneo e anche per parecchi giorni dopo che il clamore dei risultati si era spento. Si era come congelato in un momentaneo stato di calma, in apparenza molto zen, sia riguardo al successo e ai sentimenti dell’uomo che amava sia riguardo al ritorno in lizza di uno dei suoi rivali più pericolosi di sempre.
Solo mesi dopo si era accorto che quella reazione era stata dettata soprattutto dal timore di crederci sul serio.
La verità era che Brian ci aveva messo un sacco di tempo a rassegnarsi al ritiro di Stéphane, e quando lui era tornato aveva avuto paura – un timore inconscio che si era mascherato da preoccupato scetticismo o addirittura, agli occhi del mondo, da dubbiosa incredulità – che fosse solo un’illusione, che sarebbe finita prima di cominciare e che, se si concedeva di crederci, poi sarebbe stato ancora più duro tornare alla realtà.
Anche per questo il giorno del suo compleanno non avevano parlato né della gara, né del nuovo programma di Stéphane e men che meno del fatto che il suo rientro non significava la guarigione effettiva dall’infortunio che l’aveva allontanato dalle competizioni e che ancora lo tormentava.
Ovviamente Brian gli aveva chiesto come stava, ma non gli aveva domandato, come facevano in tanti, di non strafare.
Tra le altre cose non era affatto certo che al posto di Stéphane si sarebbe dato retta.
E se ci ripensava si accorgeva che non gli aveva nemmeno augurato un in bocca al lupo, perché non aveva voluto pensare a nulla che implicasse anche solo vagamente il concetto di fallimento. In fondo un augurio di buona riuscita implica sempre l’incertezza della stessa.
Invece avevano parlato del suo compleanno, e di cose sciocche, come i regali, la torta e il fatto che a lui sarebbe piaciuto cambiare la moto.
Nemmeno un accenno al ghiaccio e al filo dei pattini, nemmeno riguardo ai suoi progetti, ma in quel breve spazio di parole scambiate a distanza era stato evidente che al ritorno di Stéphane pensavano eccome, sia l’uno che l’altro.
Nel raccontare a Brian quanto entrambi erano stati nervosi, le parole che non si erano detti erano state incisive più di quelle pronunciate davvero. Ed erano state proprio quelle, a prescindere da tutto il resto, a dimostragli che si mancavano terribilmente.
Per questo gli era venuta l’idea – stupida, stupidissima idea, se pensava alle conseguenze – che avrebbero anche potuto prendersi qualche giorno tutto per loro, più avanti a inizio dicembre, e festeggiare l’onomastico di Stéphane, incontrandosi in un posto tranquillo per rimanere un po’ soli in santa pace.
Gli era sembrata una proposta perfetta.
Consolatoria senza essere melensa, e premurosa, perché voleva esserlo, ma senza tutte quelle smancerie che potevano andare bene con sua madre o con Alex e Sarah, però non erano esattamente una cosa da maschi.
Anche la scelta di festeggiare Santo Stefano gli era sembrata perfetta.
Certo il 1° novembre era più vicino e sarebbe stato bello vedersi prima, il giorno di Tutti i santi, ma in fondo – anche a prescindere dai troppi impegni, Gran Prix compreso– il suo non era nemmeno un vero onomastico. E poi Brian ne era stato sicuro fin dal principio: Stéphane avrebbe particolarmente gradito l’idea di una piccola vacanza nel periodo natalizio. Sarebbe stato un momento speciale, oltre che logisticamente più fattibile.
Una vera vacanza prima di Natale, ecco, era quello che aveva avuto in mente. Non le solite rimpatriate tra addetti ai lavori in occasione di qualche gala invernale se non addirittura alla vigilia.
Una vacanza invernale come non ne avevano mai avute prima.
E, infatti, come previsto la sua proposta era stata accolta con gioia ed entusiasmo.
Stéphane ne era stato così contento da rispondergli che si sarebbe liberato per appena prima dei Nazionali Svizzeri. Aveva detto che erano una gara facile rispetto al resto della stagione e l’aveva tranquillizzato riguardo al fatto che avrebbe finito col perdere due giorni di allenamento.
A Brian era sembrato così felice che alla fine si era rasserenato e aveva deciso di andare avanti con il progetto della loro vacanza.
D’altro canto non avrebbero trovato altri momenti liberi a dicembre, non c’erano state alternative. E, malgrado il pensiero che subito dopo il loro incontro Stéphane dovesse gareggiare, Brian era stato felice quanto lui alla prospettiva di quei due giorni insieme.
Sul momento, però, si erano limitati a decidere la data e non erano scesi minimamente nei dettagli.
Entrambi avevano avuto ben altro per la mente, e Brian doveva anche confessare che con l’inizio effettivo della stagione si era quasi scordato dell’intera faccenda. Non che avesse avuto intenzione di rimangiarsi la parola data, però non poteva dire di essere stato lui a pianificare l’incontro sotto il punto di vista pratico.
Stéphane, invece, si era dato da fare eccome. Era stato efficiente per tutti e due.
Non c’erano stati dubbi che avesse preso sul serio l’idea di trascorrere finalmente una vera e propria vacanza di coppia, per quanto breve e incastrata tra mille altri impegni.
Aveva perfino trovato il tempo per svolgere qualche ricerca su possibili località adatte alle esigenze di entrambi.
Così una notte di metà ottobre, appena prima che Brian spegnesse il piccolo Nokia nero, una minuscola busta da lettera stilizzata aveva iniziato a lampeggiare sullo schermo esterno.
Il messaggio conteneva un paio di indirizzi web e la semplice esortazione: “Scegli il paese che preferisci.”
Brian aveva scoperto di non averla una vera preferenza. Era rimasto troppo sbigottito per riuscire a vagliare sul serio l’una o l’altra ipotesi che gli erano state ventilate.
I link che Stéphane gli aveva mandato riguardavano due diversi paesini, ed erano villaggi svizzeri.
Anzi, di più, tutti e due sorgevano sui monti del Vallese.
Insomma – si era detto – poco mancava che Stéphane gli domandasse di trascorrere direttamente qualche giorno a casa sua.
In realtà quel che il compagno gli stava proponendo era di affittare un piccolo chalet sui monti svizzeri del Cantone in cui era nato e cresciuto e, tutto sommato, l’idea di una casetta sperduta tra le montagne non era affatto male. Uno chalet tutto legno nel quale, una volta acceso il camino, anche i vestiti sarebbero stati superflui.
No, non sarebbe stato per niente spiacevole.
Ma Brian si era ritrovato comunque e quasi in automatico a digitare sulla tastiera del cellulare la sua unica e prevedibile obiezione. “Stai cercando di dirmi che sei stufo di mantenere il segreto? Vuoi che l’annunciamo sui giornali? O preferisci dirlo direttamente a ogni singolo impiccione che troviamo quando ci fermeranno per strada con la scusa degli autografi?”
E, ok, a ripensarci era stato odioso, troppo sarcastico e pungente, ma Stéphane era Stéphane, per sua fortuna.
Brian lo sapeva che presto o tardi avrebbero dovuto fare i conti col mondo e che sarebbe arrivato anche il giorno in cui Stéphane gli avrebbe detto che non gli bastava più averlo per sé solo di nascosto, però contava sempre di poter anticipare quell’istante e di gestirlo senza troppi traumi.
In ogni caso il destino non aveva voluto che il momento critico arrivasse quella notte.
“Scegli una baita fuori dal paese che preferisci, e poi rilassati. Ti prometto che nessuno potrà riconoscerti e importunarti.” E addio possibilità di dire no, dopo un SMS così perentorio ma anche così rassicurante.
Così alla fine Brian si era fidato. Di timori gliene erano rimasti parecchi, ma una volta tanto aveva deciso di lasciarli perdere e di non pensarci.
Stéphane aveva detto che non ci sarebbero stati problemi e lui gli aveva creduto, perché Stéphane non era mai stato inaffidabile. E non gli aveva mai mentito o promesso qualcosa invano.
Col senno di poi gli toccava ammettere che alla fine lui era stato molto più inattendibile e per nulla fedele ai propri impegni, ma all’epoca non aveva avuto motivo di biasimarsi o di esitare ancora.
Quindi si era rilassato e aveva risposto: “Ok. Ma il posto lo decidi tu.”
E Stéphane l’aveva preso in parola e aveva optato per un villaggio chiamato Bürchen e per un minuscolo chalet in mezzo agli alberi e abbastanza fuori mano da lasciar tranquillo perfino uno fissato con la segretezza come lui.
A quel punto anche Brian si era concesso qualche piccola ricerca personale e aveva deciso che sarebbe stata un’ottima vacanza.
Tra quello che aveva scoperto da solo, usando internet, e quello che, nelle poche occasioni utili, Stéphane gli aveva spiegato, Brian si era fatto un’idea molto vivida delle bellezze paesaggistiche svizzere e di come si sarebbero susseguiti i brevi ma soddisfacenti giorni che intendevano dedicarsi.
Si era perfino chiesto se sarebbero riusciti a trovare un modo per pattinare sul lago, che si prevedeva ghiacciato, pur senza perdere l’anonimato che tanto gli stava a cuore.
Non che non si incontrassero già a sufficienza sul ghiaccio, era ovvio. Non facevano altro. Però a Brian sarebbe piaciuto, una volta tanto, godersi insieme a Stéphane tutte le sensazioni che entrambi tanto amavano, ma con la libertà più assoluta. Senza i condizionamenti delle gare, la fatica e il nervosismo degli allenamenti, e perfino l’impegno tipico dei gala.
Solo lui, Stéphane e una distesa liscia e perfetta sulla quale scivolare senza un pensiero al mondo.
La prospettiva gli era parsa particolarmente allettante.
Diverse volte, nei giorni precedenti alla data in cui avevano scelto di darsi appuntamento, Brian era riuscito a immaginare la scena. L’aveva vista ogni volta che aveva chiuso gli occhi.
Dovevano incontrarsi il 7 dicembre. Lui, se tutto fosse andato bene sarebbe arrivato in Svizzera direttamente dal Giappone, stanco – c’era da immaginare – ma soddisfatto e finalmente libero per almeno due giorni.
Stéphane sarebbe andato a prenderlo personalmente, in macchina, recuperandolo prima che chiunque potesse chiedersi che cosa ci faceva in Svizzera un campione francese che non aveva alcun evento a cui partecipare, e poi si sarebbero goduti il viaggio e avrebbero potuto inaugurare lo chalet in parecchi modi tutti decisamente piacevoli e interessanti.
Secondo le sue intenzioni e secondo i desideri di entrambi.
Solo che non era mai successo.
Tutti i loro progetti erano sfumati, la vacanza era saltata e – per Brian era la cosa peggiore– la colpa era solo sua.
Al riguardo Brian non aveva dubbi e non cercava attenuanti.
Non era mai stato il tipo di persona che nascondeva i propri errori dietro a scuse e pretesti, o se non altro era sempre stato capace di vedere i propri torti in prospettiva e a mente lucida con il passare del tempo.
E riguardo a quella vacanza mancata aveva avuto mesi e mesi per riflettere e rendersi conto di aver sbagliato su tutti i fronti.
Il primo errore che gli veniva in mente se solo ci ripensava non era neppure il fatto di aver mandato tutto a monte, anche se era ovvio che quello fosse il torto principale.
Ma visto che era stato così sciocco da sperare di continuare a cavarsela senza che neppure la sua famiglia sapesse di lui e Stéphane si sarebbe anche dovuto aspettare che potessero esserci malintesi e contrattempi.
Un sacco di volte, mentre ripensava all’intera faccenda, Brian si era detto che doveva decidersi a mettere le carte in tavola con i suoi familiari.
In fondo nessuno di loro, men che meno sua madre, gli aveva mai fatto mancare il suo appoggio, e poi era quasi certo che Sarah e Alexandra avessero sospettato qualcosa già da parecchio tempo.
Brian non aveva mai creduto che avrebbe perso l’amore dei suoi familiari se anche avesse rivelato loro il proprio orientamento sessuale e li avesse messi al corrente della sua relazione con Stéphane.
Eppure anche dopo ciò che era successo non era riuscito a confessare subito ogni cosa ai propri cari.
A volte si chiedeva se non fosse anche perché non si era mai sentito del tutto certo del suo legame con il compagno, ma sapeva che quel timore in realtà non aveva fondamento. Era innamorato e Stéphane non gli lasciava dubbi sul fatto che lo ricambiava.
Non avevano un rapporto esattamente normale, non passavano il tempo a dirsi «Ti amo» e non si vedevano con regolarità, ma Brian sapeva che tra loro esisteva qualcosa di solido e duraturo.
E fin dal principio era stato abbastanza certo che se si fosse finalmente svelato ai suoi tutto sarebbe diventato ancora più facile.
Forse – si era detto allora – la cosa avrebbe creato qualche problema, almeno al principio, magari non sarebbe stata accettata all’istante, ma la sua famiglia alla fine avrebbe capito e l’avrebbe aiutato a mantenere il segreto col mondo esterno in un modo ancora più efficace.
Fin da quando era un bambino sua madre l’aveva difeso ogni volta che Brian ne aveva avuto bisogno, e all’occorrenza sarebbe stata uno scudo più che saldo tra lui e la curiosità inopportuna di chiunque altro.
Sarebbe bastato dirle la verità. Ma Brian non era riuscito a decidersi prima di dicembre e anche dopo aveva esitato a lungo.
Per mille motivi, pochi dei quali logici, sensati e razionali, non ultimo il fatto che qualunque cosa succedesse tra lui e Stéphane era solo loro e lui non voleva che appartenesse a nessun altro, in nessun modo.
Ma se solo fosse stato meno stupido, e a ben vedere anche possessivo, il suo viaggio in Svizzera di certo non sarebbe saltato.
Se sua madre avesse saputo che, di ritorno da Tokyo, lui aveva tutta l’intenzione di partire per una vacanza, sicuramente non gli avrebbe fissato nessun impegno per i giorni in cui contava di essere lontano da casa.
Invece Brian non le aveva anticipato niente. Si era messo in testa di vuotare il sacco all’ultimo momento. Di rimandarla a Poitiers da sola, per una volta, e poi volare direttamente in Svizzera.
Tra l’altro, se ci rifletteva come aveva fatto negli ultimi mesi, non riusciva a non chiedersi che speranze aveva avuto di svicolare in quel modo senza una spiegazione.
Come se un simile comportamento non implicasse comunque e per forza di cose una confessione.
Doveva essere ammattito per credere che non ci sarebbero state domande, più o meno imbarazzanti, e che sua madre non si sarebbe chiesta il motivo di quel viaggio a sorpresa, o che non si sarebbe interrogata sulla sua destinazione.
In quel caso cosa avrebbe potuto risponderle se non la verità?
Brian non lo sapeva perché non c’era stata occasione di scoprirlo.
Lui era stato così idiota da mantenere il segreto fino all’ultimo e sua madre, convinta che sarebbero tornati in Francia insieme, aveva preso un appuntamento a suo nome.
Stop. Fine dei giochi. Niente più vacanza.
Non che si fosse trattato di chissà quale impegno, era solo l’ennesima troupe televisiva che avrebbe invaso casa Joubert con la scusa di uno speciale pre-olimpiadi, solo che un rifiuto dell’ultimo momento avrebbe fatto fare una figura ben poco edificante a chi aveva dato la sua parola.
E se c’era una persona al mondo che Brian non riusciva a ferire o a lasciare in difficoltà, fosse pure la più stupida, senza sentirsi orribilmente ingrato, quella era Raymonde Joubert.
Non era la prima volta che gli succedeva di cambiare piani e intenzioni per far felice o per non scontentare sua madre.
Ogni volta era come se una molla scattasse in automatico proprio dietro il suo sterno.
Lei aveva fatto così tanti sacrifici per lui e per la sua carriera, e in cambio il più delle volte aveva ricevuto critiche, astio e insulti che i giornali e il mondo del pattinaggio erano sempre pronti a elargirle senza grandi scrupoli.
Brian provava sempre un istintivo impulso a difenderla, anche se alla fine succedeva più spesso il contrario.
Così lei aveva detto: «Avrei preferito che venissero più avanti, ma con tutti gli impegni che hai… saranno a casa l’8, dalla mattina presto. Mi spiace solo che tu non abbia più tempo per riposare e riprenderti dal volo.» E Brian aveva capito che non ci sarebbe stata nessuna vacanza con Stéphane in un piccolo chalet isolato tra i monti. Nessun camino acceso davanti al quale passare almeno un’intera giornata nudi, a far finta che nella vita non ci fossero altre priorità tranne quella di dormire e di mangiare nei pochi momenti in cui non avrebbero fatto l’amore.
Niente Santo Stefano anticipato. Brian non era stato capace di illudersi nemmeno per un istante. Sapeva che non sarebbe riuscito a rifiutare.
A dire il vero si era sentito vigliacco fin dal principio perché una parte del suo cuore aveva quasi gridato: «É solo una stupida troupe televisiva, dille che non ci sarai, e che non ti interessa se non si può rinviare perché poi, tra gala e competizioni, avrai a malapena il tempo per respirare. Dille che se vogliono fare un nuovo speciale con la scusa delle olimpiadi allora possono anche aspettare che tu torni a casa da Vancouver con una medaglia al collo, almeno avranno davvero qualcosa che valga la pena di filmare. Dille che non puoi. Che non vuoi proprio.»
Invece aveva finto di dormire per quasi tutto il viaggio di ritorno, salvo un paio di occasioni in cui si era dovuto muovere per sgranchire le gambe e per evitare i problemi di un volo così lungo. E in ogni modo possibile aveva cercato di evitare di incrociare direttamente lo sguardo di sua madre. Però era rientrato a Poitiers e i giornalisti avevano potuto chiedergli le solite ovvietà sulla sua carriera e parlottare tra loro su quanto questa volta Joubert sembrasse nervoso e soprappensiero.
Che credessero pure quello che volevano – si era detto – anche che era in ansia per i giochi olimpici, se preferivano, la cosa non gli interessava affatto.
Nelle poche giornate che avevano preceduto il Natale, ma anche il ritorno effettivo alla routine del ghiaccio, Brian era stato di un umore molto peggiore di quel che aveva lasciato trapelare all’esterno.
E per la prima volta in tanti anni, forse addirittura per la prima volta in tutta la sua vita, aveva provato anche un certo rancore nei confronti di sua madre.
Il che l’aveva innervosito ancora di più, perché sapeva che lei non aveva alcuna colpa effettiva. Se solo lui le avesse parlato dei suoi programmi di sicuro lei non si sarebbe impegnata con i giornalisti.
Né si poteva dire che gli avesse chiesto di rinunciare a qualcosa, visto che non aveva avuto idea che il figlio si stesse sacrificando in quel modo.
Brian sapeva bene che non era sua madre la persona giusta con cui prendersela.
Colpa sua.
Avrebbe dovuto mettere le carte in tavola quando era venuto il momento. E poi avrebbe sempre potuto dirle di no.
Sua madre non avrebbe fatto una bella figura con quelli della tv, ok, ma non sarebbe certo stata la fine del mondo.
In ogni caso era abituata a venire attaccata anche quando non ce n’era motivo, di certo non si sarebbe lasciata abbattere dal fatto di dover disdire un impegno di quel tipo.
Sarebbe bastato dire: «Non posso.»
E poi spiegarle il perché, ovviamente.
Invece Brian non era riuscito a farlo. Si era detto che lei aveva bisogno della sua presenza e forse, in modo più o meno conscio, non si era sentito preparato, nemmeno in quel momento, per le rivelazioni e per gli interrogatori.
Ma dall’altro lato sapeva, e l’aveva saputo anche allora, che anche Stéphane in fondo aveva bisogno di lui e non riusciva a non rimproverarsi per non esserci stato.
Sua madre non aveva meritato di fare una pessima figura solo perché lui era stato stupido, reticente ed egoista, ma nemmeno Stéphane aveva meritato che lui lo abbandonasse, e che mancasse agli impegni presi, lasciandolo libero di sentirsi così poco amato.
Era una cosa assurda, Brian non faceva che ripeterselo ogni volta che ci ripensava. Davvero assurda.
Stéphane doveva essersi sentito l’eterno secondo, doveva aver pensato di non contare abbastanza, e lui poteva capire perché.
Lo comprendeva benissimo, ma non riusciva a farsene una ragione, perché non era vero.
Non c’era nulla che fosse più lontano di così dalla realtà dei suoi sentimenti.
Per questo era inammissibile che Stéphane potesse averlo creduto sul serio.
Brian se lo sentiva nello stomaco che non era vero.
Se no perché, anche a distanza di mesi, quello stupido finiva con l’annodarsi tutte le volte che lui ci pensava, e come mai si stringeva fin quasi al dolore più acuto in ogni occasione in cui qualcosa faceva aleggiare tra lui e Stéphane il fantasma del loro viaggio mancato?
Il che, tra l’altro, succedeva abbastanza spesso e fin troppo facilmente. A dirla tutta, bastava che qualcuno nominasse la Svizzera in presenza di entrambi perché Brian avvertisse una voglia insopprimibile e urgentissima di fissarsi con insistenza le punte dei pattini.
In quei casi Stéphane non diceva niente per farlo sentire in colpa o a disagio, ma lui si odiava sempre un po’, era praticamente automatico.
Del resto se avesse dovuto aspettare i rimproveri di Stéphane per cominciare a provare rimorso, beh, forse si sarebbe sentito in eterno puro e immacolato come un agnellino appena venuto al mondo.
Stéphane, infatti, non gli aveva mai mosso la minima rimostranza.
Nemmeno nel momento in cui lui l’aveva avvisato che non sarebbe mai arrivato al loro appuntamento.
Brian non amava molto ripensare nemmeno a quello. Al modo goffo e un po’ vigliacco con il quale aveva dato l’annuncio della propria defezione.
Avrebbe voluto farlo almeno a voce, con una telefonata, per quanto allergico fosse a quel genere di cose, ma alla fine non era riuscito a comporre il numero.
Ricordava di aver passato più di un’ora, in parte seduto e in parte sdraiato con malgarbo e poco sollievo sul letto del suo albergo, il cellulare in mano e un labbro quasi sempre tormentato dai denti.
Forse era stato anche perché se avesse chiamato non sarebbe più riuscito a dire a Stéphane che non potevano vedersi.
Non ce l’avrebbe fatta se avesse sentito la delusione e il dispiacere direttamente nella sua voce.
A quel punto – Brian ne era quasi certo – avrebbe finito col crollare.
Gli avrebbe detto che non voleva rinunciare, che l’unica cosa che desiderava sul serio era di ritrovarselo davanti di persona, il prima possibile.
E poi cosa avrebbe potuto fare, se non prendere il coraggio a due mani, andare a svegliare sua madre e vuotare il sacco?
Non ci sarebbero state altre soluzioni. Solo che non era quello il modo in cui aveva sempre immaginato di potersi confidare, di dirle l’unica cosa che le avesse mai taciuto e di spiare la sua reazione più intima prima di tutto nel profondo dei suoi occhi.
Niente telefonata, quindi. Brian si era detto che in quella situazione non poteva proprio permettersela.
E si era sentito così in colpa e così codardo nel dare una simile delusione a Stéphane attraverso uno stupido, gelido SMS che aveva finito con l’essere ancora più laconico del suo solito.
“Mi dispiace, non posso più venire.” Aveva scritto solo quello.
Chissà, ogni tanto si chiedeva se non era stato così stringato – nemmeno una spiegazione o un serio tentativo di scusarsi – solo perché da un lato riteneva di non avere alcuna giustificazione e dall’altro gli era parso onesto dare a Stéphane il modo di incazzarsi sul serio, lui che di norma era tanto pacato. Forse la sua coscienza aveva pensato che era giusto che Stéphane potesse avercela con lui con tutto il rancore possibile.
E magari ricevere in cambio una sfuriata gli avrebbe fatto bene, si sarebbe sentito meglio, più libero, meno dalla parte del torto.
O forse era stato anche un modo per lasciare aperto quell’ultimo minuscolo spiraglio di fuga che non aveva osato allargare con una telefonata.
Se un attimo dopo aver visto il suo messaggio Stéphane l’avesse chiamato, urlandogli contro quel che meritava, cosa avrebbe fatto?
Anche in quel caso non sarebbe stato troppo difficile deluderlo e farlo soffrire?
Stéphane, però, aveva deciso di rispondergli con quell’altrettanto laconico “Tranquillo” che non l’aveva tranquillizzato affatto, e con l’annuncio che intendeva comunque andare allo chalet anche da solo, il che l’aveva fatto sentire un perfetto stronzo.
Brian si mosse a disagio, cercando un appoggio migliore sullo scomodo trespolo della scrivania.
No, non era stato tranquillo nel ricevere quella risposta e non lo era nemmeno ora, mentre aspettava che Stéphane arrivasse a tirarlo fuori da quel vortice di autorecriminazioni e di riflessioni poco allegre.
Come avrebbe potuto starsene tranquillo quando fin dal principio aveva avuto la sensazione di essersi comportato nel peggiore dei modi possibili e aveva avuto la consapevolezza che, mentre lui intratteneva giornalisti televisivi a Poitiers, Stéphane sarebbe stato a Bürchen – o come altro diavolo si chiamava quel villaggetto sperduto – solo e presumibilmente anche infuriato contro di lui, come era giusto che fosse?
Il 7 dicembre – Brian non riusciva a cancellarselo dalla mente– era stato il giorno più lungo dei due ai quali aveva dovuto rinunciare.
Se non altro l’indomani tutti quegli stupidi reporter, cameraman e tecnici vari, che in realtà non avevano alcuna colpa ma che lui aveva comunque detestato di tutto cuore, gli erano stati sempre intorno e l’avevano distratto, impedendogli di pensare. Almeno fino a sera.
Ma il 7 era stato un giorno infinito. Gli aveva dato l’impressione di durare ben più delle canoniche ventiquattro ore. Una vera e propria tortura, viaggio aereo compreso.
Sua madre aveva scambiato il suo broncio ansioso per stanchezza e aveva tenuto tutti alla larga, compreso il resto della famiglia che una volta arrivato a casa Brian aveva visto solo per un breve saluto, con l’unica eccezione di suo padre.
L’aveva isolato per essere premurosa, convinta che così avrebbe avuto un po’ di riposo, e in pratica l’aveva lasciato solo con i propri pensieri per quasi tutto il giorno.
Di conseguenza, com’era ovvio, aveva rimuginato anche troppo e le sue riflessioni avevano avuto un solo oggetto: Stéphane.
Per la precisione, Stéphane completamente solo in una lunga serie di scenari intercambiabili ma tutti desolanti, forieri di rimorsi e malinconici della sua lampante assenza.
C’era stato poco da discutere, anche solo con se stesso. Brian avrebbe dovuto essere lì con lui e invece non c’era stato.
Ma aveva potuto vedere, con gli occhi dell’immaginazione e della coscienza, il modo in cui la macchina di Stéphane doveva essersi trascinata avanti, curva dopo curva, tornante dopo tornante, silenziosa, con la radio spenta e un solo passeggero che di certo non poteva aver avuto nessuna voglia di cantare stupide canzoncine pop di quelle che mettono il buon umore.
Aveva immaginato fin troppo nitidamente lo chalet, con quel nome di fiore che non gli era mai entrato in mente e che poi non aveva certo avuto modo di farsi ricordare chiedendolo al compagno. L’aveva praticamente fotografato con la mente: vuoto, e troppo grande anche se in realtà, a giudicare da quel che aveva visto su internet, doveva essere proprio minuscolo. Appena un monolocale.
E poi ovviamente aveva pensato al lago, quello che doveva essere stato ghiacciato al punto giusto, tanto da poterci pattinare sopra, e si era detto che in quel momento era l’unico luogo in cui avesse davvero voglia di pattinare. Anzi, forse non aveva mai desiderato così tanto di segnare con la lama dei suoi pattini uno specifico specchio di ghiaccio.
In quei due giorni di dicembre, se solo avesse potuto, Brian avrebbe pattinato sul lago di Bürchen con Stéphane perfino se intorno a loro ci fosse stata una folla di reporter dei più famosi giornali scandalistici di Francia.
Invece aveva continuato a ciondolare per casa con il pensiero che continuava a trasportarlo in Svizzera anche quando cercava di distrarsi.
Era stato come scorrere fotogramma per fotogramma un album pieno di prove del suo misfatto.
Ad esempio c’era stata quell’immagine, quasi ossessiva, di un viale deserto, con gli alberi resi grigi e incombenti dal crepuscolo e le prime case del paese sullo sfondo, e di Stéphane che lo percorreva solo per non restare fermo e chiuso in una casa vuota.
E il problema era che Brian riusciva a vederlo ancora, se solo chiudeva gli occhi nel buio dell’ufficio in cui si trovava.
Stéphane con il capo chino e le mani in tasca. I suoi passi che si susseguivano un po’ più tristi che nervosi, il modo in cui una delle solite sciarpe sempre troppo grandi doveva avergli protetto il collo e la nuca, il suo viso rivolto verso il basso, puntato sulla ghiaia e gli angoli delle labbra abbandonati all’ingiù.
Il giorno dopo, l’8, la tortura si era affievolita ma solo finché giornalisti, tecnici e cameraman non erano andati via, restituendo casa Joubert alla quieta e alla pace domestica.
Una pace che lui non aveva provato affatto. Aveva accampato una scusa ed era andato a letto prestissimo, solo per cercare di non pensare a quanto aveva fantasticato su quell’ultimo giorno in compagnia di Stéphane. Su come aveva avuto intenzione di aspettare il buio prima di dirgli: «Buon onomastico» e di baciarlo in veranda, anche se faceva freddo, tanto per levarsi il gusto di guardare la neve che diventava un manto uniforme e argentato sotto la luna invernale.
Una cosa sciocca, sentimentale, troppo romantica. Però l’aveva desiderata con tutto se stesso. L’8 dicembre era diventato il suo Santo Stefano mancato, e anche quando poi Natale era arrivato davvero, anche se il 26 era trascorso senza incidenti, in compagnia di tutta la sua famiglia, per lui non era stata la stessa cosa.
Le immagini di quello che avrebbe potuto essere erano rimaste a tormentarlo.
No, Brian non aveva una gran voglia di ripensarci.
E non credeva che il fatto che in quei due giorni si fosse sentito come una tigre in gabbia bastasse a compensare come doveva essersi sentito Stéphane.
L’aveva sul serio lasciato solo e per di più a due soli giorni da una competizione. A volte faticava a credere di averlo fatto realmente.
Lui, al suo posto, sarebbe stato furioso. Non tanto e non solo triste e depresso, ma davvero incazzato e pronto a esplodere.
E poi si sarebbe convito di non valere abbastanza e probabilmente sarebbe stata la fine del loro rapporto.
Invece non avevano nemmeno litigato.
Non avevano mai neppure tirato in ballo l’argomento, se non mesi dopo l’accaduto, nella prima occasione in cui si erano ritrovati l’uno di fronte all’altro, e anche allora Stéphane non l’aveva certo aggredito.
Anzi, non gli aveva neanche mai chiesto perché il loro incontro era saltato.
Poteva sembrare assurdo e al principio Brian si era perfino chiesto se Stéphane non avesse agito così perché in fondo di lui gli importava meno di quanto aveva sempre creduto. Si era domandato se non fosse possibile che Stéphane tenesse a lui così poco da non dare peso alla sua defezione.
Alla fine, però, si era tolto almeno quel macigno dallo stomaco.
Non che ne avessero parlato, ma la netta sensazione che si era formata con il passare del tempo era che per Stéphane conoscere il perché del suo gesto non avesse poi troppa importanza rispetto al fatto che, malgrado tutto, stavano ancora insieme.
Come se Stéphane avesse preso la decisione di perdonarlo anziché di respingerlo, e da quel momento in poi si fosse rassegnato al fatto che un’altra occasione era sfumata, ma senza tormentarsi oltre con domande che non avrebbero certo cambiato quel che era accaduto.
Una volta, nell’unica occasione in cui ne avevano parlato, Brian gliel’aveva praticamente letto negli occhi. Era come se in quel nero che lo aveva sempre un po’ ipnotizzato fosse aleggiato tutto quel che Stéphane non aveva detto.
Uno sguardo che gli era parso voler chiedere: «Che importanza ha il motivo? Hai deciso così. Non voglio perderti, quindi devo tenerti così come sei. Sapere perché non hai scelto me non cambia le cose.»
Brian, ovviamente, non aveva la certezza che quell’intuizione fosse corretta, ma a prescindere dai dettagli del possibile ragionamento sottostante era quasi sicuro che dopo aver ricevuto la sua disdetta Stéphane avesse scelto tra il perdono e l’addio, tra il tenerlo con sé in ogni caso e la voglia di avere anche quello che lui non si decideva a concedergli.
Non era piacevole pensarlo. Gli dava un senso di vertigine e di impotenza.
Era come accorgersi a posteriori di essere stato in bilico, sospeso nel vuoto, e di non aver avuto il potere di decidere se salvarsi o cadere.
Certo Stéphane avrebbe avuto i suoi buoni motivi per darci un taglio o per porgli un paio di prevedibili ultimatum, ma pensare di non avere un gran potere su ciò a cui più tieni della vita non è mai una bella sensazione e Brian provava un certo disagio ogni volta che rifletteva su cosa aveva rischiato di perdere.
Al momento, però, aveva se non altro la certezza di essersi salvato dal baratro.
Poteva anche essersi comportato come uno stronzo e un vigliacco, però a mesi di distanza l’appuntamento mancato di dicembre sembrava ormai lontano, e lui e Stéphane erano ancora un coppia.
Tutto era tornato nella norma e non c’erano state ritorsioni né alcun tipo di raffreddamento del loro rapporto.
Era come se, passato il primo momento e poi anche lo scoglio del ritrovarsi finalmente faccia a faccia, tutto fosse stato dimenticato.
Ma Brian non si era affatto scordato che tra dicembre e il loro successivo incontro aveva avuto almeno un milione di volte la tentazione di telefonargli, chiedere scusa e farsi rassicurare sul fatto che quell’SMS di Stéphane non era stato anche un messaggio di addio.
Non l’aveva mai fatto perché, anche a voler tralasciare per una volta la sua allergia alle telefonate di coppia, sapeva bene che c’erano cose che non potevano essere discusse se non di persona.
Aspettare ancora, senza sentirsi con Stéphane, era stato un rischio in più, ma Brian si era detto che poteva accettarlo perché era deciso a farsi perdonare a ogni costo, non appena avessero potuto parlarne faccia a faccia.
Però doveva ammettere che se non era diventato matto nel dubbio e nell’attesa era stato soprattutto per via del pattinaggio. Tra gala e allenamenti non si era proprio potuto permettere di pensare solo ed esclusivamente a Stéphane e a un’eventuale rottura.
Anche se non sempre era facile o possibile lasciarli a bordo pista, non poteva mai portare più di tanto i suoi problemi personali sul ghiaccio.
Non sarebbe stato corretto.
Era suo dovere tenerli fuori. Qualcosa che prima che a se stesso doveva al suo team, alla sua famiglia, ai tifosi, ai fans e a chiunque credeva in lui e si aspettava, com’era giusto, che lui desse il suo meglio.
Così era riuscito ad arrivare fino agli Europei senza impazzire a furia di tornare sempre e solo sullo stesso pensiero ossessivo, però gli era stato subito chiaro che non poteva aspettare di aver terminato la competizione prima di fare finalmente qualcosa per chiarirsi con Stéphane.
Quella era stata la prima occasione in cui si erano rincontrati, dopo la faccenda di dicembre, e Brian aveva capito subito, prima ancora di vedere Stéphane, che se voleva riuscire a concentrarsi davvero sulle gare doveva lasciarsi alle spalle ogni dubbio sul loro legame. E doveva iniziare scoprendo se il legame esisteva ancora.
Così, già durante il viaggio, aveva fantasticato su ogni modo possibile perché potessero ritrovarsi da soli, anche solo per cinque minuti, in modo da poter parlare con un briciolo di calma, senza nessuno tra i piedi.
E poi, ovviamente, tutto era andato diversamente da come l’aveva immaginato.
Avrebbe dovuto aspettarselo. Driblare tutte le persone che avevano avuto intorno, a partire dai rispettivi allenatori per finire con l’ultimo addetto stampa, non era stato affatto facile, e lo spazio di solitudine chiarificatrice che aveva desiderato di ritagliarsi si era ridotto a cinque minuti scarsi in un corridoio nemmeno del tutto sgombro.
Non era successo in modo programmato e quindi Brian non si era sentito granché pronto.
Quali che fossero le parole che aveva avuto intenzione di pronunciare era riuscito solo a bloccarsi davanti a Stéphane, rigido e impacciato come non mai, e a schiarirsi rumorosamente la voce, prima di tirar fuori con un tono abbastanza fermo e non troppo patetico l’unica frase che gli fosse salita alle labbra.
«Scusami. Mi dispiace. Sarei dovuto venire. Solo… scusa.»
Dopodiché era ammutolito, perché non era certo quello il luogo per mettersi a discuterne, e perché non sapeva più nemmeno cosa dire, o forse lo sapeva fin troppo bene, ma non credeva che sarebbe cambiato poi molto.
Si era sentito senza scusanti e si era rimesso al verdetto che stava per toccargli anche se sapeva che non sarebbe stato davvero capace di accettare una rottura senza lottare in nessun modo per evitarla.
Però aveva deciso di posticipare ogni possibile reazione. Aveva percepito che quello era il momento in cui chiedere solo scusa e niente altro.
Così aveva fatto e poi si era ritrovato a sostenere lo sguardo di Stéphane per un tempo che gli era parso infinito.
Non doveva essere passato più che un minuto, ma gli erano sembrati secoli, anche se non aveva cercato di svicolare in nessun modo.
Stéphane non gli aveva chiesto nulla. Né una spiegazione, né un motivo. Si era limitato a fissarlo negli occhi a lungo, forse perfino più a lungo di quanto non avesse mai fatto fino ad allora.
A Brian si era seccata la bocca all’istante, ma l’aveva lasciato fare e aveva spiato ogni possibile ombra di rabbia, delusione e dispiacere nel nero lucido delle sue iridi.
Più che collera, però, gli era parso di leggere malinconia e decisione, per quanto appannata da una vena di quella che poteva benissimo essere rassegnazione.
Si era detestato una volta di più.
E più ancora di quello sguardo tanto intenso l’aveva fatto trasalire il modo in cui alla fine Stéphane aveva preso un respiro lento e lunghissimo, prima di sorridergli in quel modo un po’ triste e nello stesso tempo gentile che gli aveva aperto un bel buco nello stomaco.
A quel punto ne aveva avuto la certezza definitiva: era stato proprio uno stronzo senza palle.
Poi il sorriso di Stéphane si era fatto più pieno e, quando aveva detto: «Mi sei mancato», Brian aveva riscoperto il senso del termine respirare.
Quelle poche parole avrebbero potuto suonare come il più aspro dei rimproveri, ma non lo erano sembrate nemmeno un po’.
Brian non aveva avuto modo di fraintendere il fatto che erano prima di tutto una constatazione. Il modo di Stéphane di fargli capire che, nonostante quello che era successo, voleva ancora averlo accanto a sé.
Qualcosa si era sbloccato nel suo petto e da quel momento aveva ripreso a comportarsi come sempre e il resto del mondo aveva ricominciato ad avere un peso e un senso, pattinaggio compreso.
Ma c’erano state un paio di cose che Brian non si era nascosto e che non aveva più scordato.
La prima era che in effetti Stéphane doveva essersi convinto che, per quanto lui tenesse alla loro relazione, ci sarebbero sempre state cose e persone che sarebbero venute prima di lui.
La seconda era che non era vero. Non era vero per niente.
Brian l’aveva sempre saputo, ma non se ne era mai reso conto con così tanta evidenza e chiarezza.
Non era affatto come Stéphane pensava.
Lui magari poteva anche essere riuscito a distrarsi fino ad allora usando il pattinaggio come scudo per non ammattire dalla paura che si sarebbero lasciati, ma gli era bastato rivederlo di persona per capire che se Stéphane l’avesse rifiutato tutto il resto in quel frangente non avrebbe più avuto la minima importanza.
Non aveva nemmeno voluto pensare a che disastro avrebbe potuto combinare sul ghiaccio se la risposta alla sua richiesta di perdono fosse stata negativa, ma di certo in quel momento si era reso conto di quanto peso Stéphane aveva nella sua vita. Aveva capito che ne era innamorato.
Bè, aveva sempre saputo di esserlo, ma a quel punto era stato lampante: era davvero, davvero innamorato di Stéphane.
Il che significava che doveva farsi perdonare sul serio e che non voleva che una simile situazione tornasse mai più a ripetersi.
Era quello che aveva pensato subito, già mentre Stéphane si allontanava lungo il corridoio, lasciandolo lì con lo stomaco sottosopra per il sollievo ma anche per la forza delle sensazioni non tutte piacevoli che stava provando.
Doveva farsi perdonare fino in fondo – si era detto – e in modo che tra loro non rimanessero stupidi equivoci.
E poi doveva rivedere parecchie cose nella propria vita. Non sarebbe stata una passeggiata, magari, ma non era più riuscito a credere di poter posticipare molto a lungo tutta una serie di scelte che fino ad allora aveva sempre evitato.
Da quel momento in poi non aveva fatto che agire di conseguenza.
Ma a Stéphane non aveva detto niente di quella sua determinazione.
Si era limitato a cercare di essere più presente ogni volta che poteva e a tentare di dimostrargli nella pratica che non era secondo a nessuno.
Non che avesse compiuto chissà quali gesti eclatanti o che si fosse sperticato in dichiarazioni di amore eterno che sarebbero suonate solo melense e ridicole, però ce l’aveva messa tutta per trasmettergli nella pratica ciò che provava.
Gli era sembrato di riuscirci, almeno in parte.
Certo nei mesi successivi c’erano state tante cose a cui pensare al di là del loro rapporto.
Nessuno dei due si era scordato di essere un atleta e di avere mille impegni.
Sarebbe stato praticamente impossibile dimenticarsene durante una stagione olimpica, e anzi c’erano stati momenti in cui l’unica preoccupazione di entrambi era stata rivolta ad allenamenti, strategie, gare, punteggi, senza che restasse loro il tempo per rimuginare su nient’altro.
Ma alla fine le olimpiadi, così come tutto il resto della stagione agonistica, erano passate e al di là di qualunque altra cosa a lui era rimasta la medesima voglia di cancellare una volta per tutte il brutto episodio di dicembre e di mettere nuovi punti fermi nella propria vita.
Ed era per quel motivo che gli era venuta in mente l’idea che a distanza di mesi stava cercando di mettere finalmente in pratica.
Un’idea sentimentale, contorta e un po’ stupida, magari, però Brian pensava che fosse giusto andare fino in fondo.
Era esattamente quello che si era appena ripetuto per la centesima volta, e forse si sarebbe rigirato ancora un poco quella certezza nella mente se non fosse stato per il rumore dei passi in corridoio.
Sentirli lo fece quasi trasalire, concentrato com’era nei suoi pensieri e nei ricordi.
Pur restando seduto, raddrizzò le spalle e cercò di non fare il minimo rumore per poter sentire cosa succedeva dall’altro lato della porta ancora chiusa.
Avvertì la voce di Stéphane più come una piccola fitta di nervosismo che lo colpì proprio al centro del petto che come un vero insieme di parole.
Era troppo bassa per consentirgli di riuscire a distinguere davvero quel che Stéphane stava dicendo, ma per fortuna il custode aveva un tono parecchio più squillante.
«Ecco, l’ho lasciata sulla scrivania del direttore» lo sentì dire Brian, e poi «… Oh, mi scusi, mi sembra di aver sentito un rumore… se non le spiace prenderla da solo vorrei verificare… torno tra un attimo.»
Ci furono altri passi frettolosi e poi un breve momento di silenzio incerto nel quale Brian rimase di nuovo in bilico, questa volta sull’orlo dell’indecisione tra l’alzarsi in piedi per andare incontro al compagno e il rimanere lì ad aspettare fino all’ultimo.
Stéphane risolse l’empasse aprendo adagio la porta.
La luce accesa del corridoio ritagliò un ampio rettangolo all’interno della stanza, allungandosi fino a raggiungere la scrivania e a illuminare anche lui, congelandolo proprio nel gesto di rimettersi in piedi.
Anche nella penombra era impossibile che Stéphane non l’avesse visto e riconosciuto, ma lui in compenso maledisse il momento in cui aveva deciso di aspettare al buio. In controluce non riusciva a vedere altro che la sagoma di Stéphane e invece avrebbe dato qualunque cosa per poter osservare la sua espressione.
Come se avesse ascoltato la sua muta ma accorata preghiera, Stéphane arretrò di un passo, in un movimento istintivo che la diceva lunga su quanto fosse stupito di incontrarlo lì e in quel modo.
Bastò quello a far sì che la grande plafoniera al neon del corridoio lo illuminasse di nuovo in pieno, svelando finalmente l’incredulità e la sorpresa che gli aleggiavano sul viso.
«Ciao.» Brian sapeva che non era un granché come esordio, ma era pur sempre qualcosa e, in fondo, erano appena all’inizio.
Scese una volta per tutte dal suo scomodo sedile e provò a sorridere e basta mentre si sfilava di tasca la Moleskine di Stéphane e gliela porgeva svelandogli il suo trucco.
«Era…» Stéphane lo fissava come se avesse appena visto un alieno, ma nello stesso tempo il suo sguardo parlava chiaro sul fatto che stava riflettendo alla ricerca del bandolo di quella strana e imprevista matassa. Non pareva affatto irritato, né offeso e indignato per essere stato oggetto di quel piccolo inganno. Semmai suonò parecchio curioso e quasi divertito quando concluse: «Quindi ce l’avevi tu.»
Brian annuì, accorciando le distanze, ma trattenendosi dall’impulso di cercare un contatto fisico. Non era ancora il momento giusto per soccombere alla tentazione di baciarlo.
«L’ho presa dal tuo zaino mentre facevi la doccia» ammise senza remore. «Mi serviva un motivo per farti venire qui senza che sospettassi che ci saremo visti. Volevo farti credere che ero già rientrato a Poitiers.»
A quel punto fu Stéphane ad accennare un sì col capo, come a confermargli che era riuscito a meraviglia nel suo intento.
«Sei stato davvero convincente nel salutarmi ieri notte» gli ricordò infatti, e il sorriso di Brian si fece molto meno insicuro e intimidito.
Certo non si poteva dire che da dicembre in poi non si fosse prodigato per essere sempre particolarmente caloroso nei suoi addii.
Si era davvero impegnato perché ogni volta suonassero più che altro come dei sentiti e caldi arrivederci e non aveva faticato molto, visto che Stéphane gli aveva sempre reso il compito ben più che piacevole.
«Vai a riprenderti i bagagli, e di’ al taxista che può andarsene. In Svizzera dovranno aspettarti ancora per un po’» lo esortò senza perdere altro tempo.
Era ancora nervosissimo per l’esito di quella che sarebbe stata la vera sorpresa, ma a maggior ragione non intendeva tergiversare oltre e poi preferiva che non ci fosse tempo per eventuali domande.
Stéphane ne formulò una comunque. E non andò tanto per il sottile.
«Non hai nulla da spiegarmi prima?»
Brian scosse il capo con decisione.
«Lo vedrai» promise laconico prima di aggiungere: «e forse è il caso che avvisi i tuoi che non vengano più a prenderti all’aeroporto.»
Stéphane gli puntò gli occhi negli occhi con aria interrogativa, ma poi scosse appena le spalle e si arrese.
Gli sfilò di mano l’agendina e si diresse verso l’uscita a passi svelti, voltandosi indietro ogni due o tre metri per spiare il modo in cui lui gli si era messo alle calcagna e lo seguiva lasciandogli sempre un poco di vantaggio.
Brian lo faceva perché voleva essere sicuro che Stéphane filasse dritto verso il taxi, nel quale doveva aver lasciato il solito trolley rosso, e che non compisse deviazioni che potevano rovinargli il vero pezzo forte della serata.
Avrebbe anche potuto accompagnarlo fuori e basta, senza la complicazione di calibrare il passo per mantenersi in disparte, ma preferiva così.
Gli era sempre piaciuto guardare Stéphane muoversi, o anche solo camminare.
Gli piaceva la maniera in cui i suoi fianchi oscillavano appena, in modo lieve ma mai femmineo. E poi c’erano quegli attimi in cui lo osservava girarsi, il collo che si piegava formando quella curva tanto morbida e particolare e la lieve torsione della schiena, tutte le volte che Stéphane si guardava alle spalle e gli scoccava un mezzo sorriso, sempre più complice e incuriosito.
Brian non si sarebbe perso nessuno di quei dettagli per niente al mondo.
Quindi si affrettò un poco solo quando Stéphane ebbe varcato la porta a vetri del pattinodromo.
Lui però badò di rimanere all’interno, ben al riparo delle ombre che rendevano la sua sagoma indistinguibile per chiunque da fuori avesse provato a sbirciare nella semioscurità del grande androne silenzioso.
Non si avvicinò davvero alla vetrata, ma fu comunque raggiunto dal tiepido profumo della lieve brezza estiva.
Fuori la temperatura, malgrado fosse già notte, era quella di una calda serata di giugno, e questo pensiero gli fece soffocare una mezza risata.
Ce n’erano voluti di mesi prima di poter recuperare quel dicembre mancato.
Era cominciato tutto a fine estate, quando si era lasciato sfuggire la sua promessa non mantenuta, e in quella stessa stagione tutto stava per finire.
In fondo, malgrado i mesi più freddi dell’anno fossero passati come sempre e com’era naturale, Brian si sentiva un po’ come se si fosse perso un inverno per strada.
Non il solito inverno legato al pattinaggio, alle gare e al suo usuale modo di vivere, ma una stagione segreta, che aveva negato a Stéphane e anche a se stesso.
E al momento gli importava poco che fuori ci fosse un clima più o meno afoso, lui quell’inverno lo voleva. Anche se in ritardo non poteva proprio farne a meno.
Pensandoci si scoprì anche più impaziente del previsto, mentre Stéphane pagava il taxi e rientrava nel palaghiaccio.
Gli lasciò comunque un po’ di privacy perché potesse chiamare i suoi e avvisarli del cambiamento di programma, e sarebbe stato disposto a frenare la propria irrequietezza e a concedergli tutto il tempo che voleva per poter parlare con loro, ma non ce ne fu bisogno.
Stéphane rimase al telefono forse meno di cinque minuti, riuscendo a lasciarlo sbalordito. Lui ci avrebbe messo per lo meno un quarto d’ora per spiegare a sua madre che all’improvviso aveva deciso di non prendere un aereo che in teoria avrebbe dovuto riportarlo a casa.
Ma in fondo era anche per quel suo modo di essere che l’intera situazione aveva avuto inizio.
Solo che non aveva più importanza.
Poteva ben concedere a sua madre tutta una serie di piccoli vizi che non le aveva mai fatto mancare. Che li conservasse pure, ora che lui aveva comunque fatto tutto ciò che doveva per essere sicuro che le sue premure di figlio non togliessero più a Stéphane ciò che gli spettava.
Attese tranquillo che la telefonata del compagno finisse e poi gli fece cenno di seguirlo, ammiccando appena.
Stéphane, che sembrava essersi ormai del tutto arreso a dargli retta senza pretendere spiegazioni, lo affiancò in silenzio, sbirciandolo di tanto in tanto da sotto lo schermo scuro delle ciglia, ma non disse una sola parola finché Brian non aprì la porta degli spogliatoi e gli rivolse un cerimonioso cenno per invitarlo a entrare.
«Brian…» provò a esordire subito dopo aver accettato l’invito, ma non riuscì a formulare il resto della frase che doveva avere in mente.
«Metti i pattini» gli tolse la parola lui, mentre si sedeva sulla panca sotto la quale aveva lasciato i propri.
Non voleva essere imperioso in modo burbero e antipatico, perciò il suo tono suonò autoritario ma anche fin troppo allegro, quasi che stesse scherzando e volesse prenderlo un po’ in giro. Stéphane lo fissò con aria interdetta.
«Per favore» gli ripeté, ma con maggiore serietà. «Mettili e vedrai che tra un attimo sarà tutto più chiaro.»
Stéphane si strinse nelle spalle e capitolò ancora una volta, ma i suoi occhi si accesero per un momento di un evidente lampo malizioso mentre si chinava sui lacci dei pattini.
Brian, abituato com’era a leggere i suoi pensieri più dalle espressioni e dagli sguardi che dalle parole, colse anche quel nuovo messaggio non verbale.
Stéphane a quanto pareva iniziava a divertirsi sul serio e quindi aveva deciso di stare al gioco fino in fondo. Doveva aver capito che la sorpresa non si limitava al fatto di averlo trovato lì quando proprio non se lo aspettava, ed era un po’ come se l’avesse appena sfidato.
«Vediamo se riesci davvero a stupirmi» avevano appena detto i suoi occhi.
Le labbra di Brian si teserò in un sorriso sornione e leggermente obliquo che voleva dire: «Contaci!»
E intendeva vincere la sfida, quindi non appena entrambi ebbero i pattini ai piedi recuperò il proprio borsone, anche quello fino ad allora nascosto sotto la panca su cui sedeva, e frugò a colpo sicuro all’interno finché le sue dita non incontrarono la stoffa nera e liscia che stavano cercando.
Non era una vera e propria benda, nel senso che non l’aveva certo comprata apposta per l’occorrenza. Era una sciarpa di seta opaca, lunga e sottile, che si era procurato in un normalissimo negozio di abbigliamento da uomo senza dover dare chissà quali spiegazioni imbarazzanti.
Ed era perfetta per lo scopo a cui sarebbe servita.
Brian la tirò fuori dalla borsa e se la fece scorrere nella mano destra mentre si alzava per avvicinarsi a Stéphane.
Fu accolto con una buffa risata.
«Hai deciso di avere un rivale in meno per la prossima stagione?»
Anziché replicare, rispose alla battuta di Stéphane facendo schioccare la sciarpa in una minaccia tanto sonora quanto palesemente finta.
«Per questa volta non penso di strangolarti, no» replicò divertito. «Voglio solo essere sicuro che tu non possa fare una certa cosa…»
Poi per un attimo si concesse di godersi l’espressione interrogativa che si era appena dipinta sul viso di Stéphane, e soprattutto di gongolare quando il punto di domanda che gli aleggiava nello sguardo si trasformò in intuizione.
Forse a tutta prima Stéphane si era aspettato che per qualche strano motivo lui volesse legarlo, ma mentre Brian gli si faceva sempre più vicino, accostandogli la sciarpa al viso, non poté restargli alcun dubbio sul fatto che stava per essere bendato.
E Brian segnò mentalmente un punto a proprio favore nella scommessa silenziosa che avevano siglato poco prima.
«Contaci!» ripeté a se stesso. «Intendo davvero lasciarti a bocca aperta.»
Ma invece disse: «Ormai l’avrai capito che ho una sorpresa per te. Non voglio che sbirci prima del tempo.»
Anche lui, però, rimase stupito dal modo inatteso e fin troppo docile con cui Stéphane voltò il capo per assecondarlo e rendergli più facile il compito di fasciargli occhi e fronte con la benda, e poi assicurarla con decisione ma anche con delicatezza in un solidissimo doppio nodo all’altezza della nuca.
Qualcosa in quella piccola resa tanto complice e nello stesso tempo così provocatoria gli fece correre un lungo brivido lungo la schiena.
Un brivido che riconobbe subito per quel che era: eccitazione.
Solo che le voglie del suo corpo in quel momento restavano saldamente al secondo posto tra le priorità della serata. Potevano aspettare.
Semmai, nell’attimo in cui Stéphane risollevava la testa alla cieca, gli fu parecchio più difficile resistere alla tentazione di approfittare per chinarsi e mordergli le labbra prima di baciarlo sul serio come avrebbe voluto. Riuscì a frenarsi solo all’ultimo istante.
Era così arruffato e sembrava davvero vulnerabile e del tutto affidato a lui. Brian deglutì in silenzio, tirò il fiato e si diresse fin troppo bruscamente verso uno degli armadietti metallici che completavano lo scarno arredamento dello spogliatoio.
Il piumino senza maniche che aveva scelto per sé spruzzò di rosso il nero uniforme dei suoi jeans e della t-shirt a maniche lunghe che indossava, rendendoli più caldi proprio come se davvero fossero stati in inverno.
Il gilè imbottito e quasi identico al suo che in qualche modo riuscì a far infilare a Stéphane, invece, era ancora più semplice e di un color panna per nulla vistoso.
Ovviamente quelli erano dettagli a cui avrebbe anche potuto rinunciare, specie considerato che per quanto il pattinodromo fosse climatizzato la temperatura non era certo la più adatta a simili indumenti tipicamente invernali.
Ma Brian pensava che fosse meglio così.
Sì, forse avrebbe indossato perfino i suoi soliti guanti a mezze dita se non avesse ritenuto che non gli pareva proprio il momento più adatto per avere le mani troppo calde e sudate.
Ma tutto il resto doveva esserci.
In fondo stava riportando indietro il tempo, e per riuscirci davvero doveva usare ogni possibile artifizio a sua disposizione.
E poi non era detto che dovessero fare la sauna dentro un piumino per tutta la sera. Bastava che la piccola magia che stava tentando di far accadere durasse abbastanza a lungo da consentirgli di esserci davvero, a differenza di quel che era successo a dicembre.
Così non badò troppo alle proteste sempre più stupite di Stéphane e finse addirittura di non sentirlo quando gli chiese cosa diavolo avesse in mente.
Invece si soffermò per un attimo a contemplare il risultato di quel piccolo ulteriore accorgimento e decise che una volta che la sciarpa fosse stata al collo di Stéphane anziché attorno al suo viso il colpo d’occhio sarebbe stato davvero perfetto.
Non poté fare a meno di notare anche che la fortuna sembrava volerlo aiutare.
Stéphane avrebbe potuto arrivare con indosso una maglia a maniche corte. In fondo era giugno, sarebbe stato normale, quasi scontato.
Invece indossava una camicia bianca, con le maniche lunghe appena rimboccate a mostrare gli avambracci, e l’illusione che Brian stava cercando di creare era quasi perfetta.
Mancava solo l’ultimo, fondamentale tocco invernale.
Era ora di dare davvero l’ultima pennellata al quadro che aveva tratteggiato con costanza per così tanti mesi.
«Smettila di brontolare» disse, cercando di non far trapelare l’emozione e l’impazienza attraverso la voce. «E vedi di non inciampare.»
Dopodiché aggirò Stéphane per essere alle sue spalle e lo spinse appena in avanti, badando di tenergli le mani sui fianchi per guidarlo verso l’uscita degli spogliatoi.
Arrivare sin lì e poi percorrere il tragitto fino al ghiaccio non fu l’impresa più semplice che si fosse prefissato e Stéphane, ovviamente, non gli diede retta nemmeno un poco. Non fece che borbottare per tutto il tempo, facendo domande su cui Brian glissò senza il minimo rimorso né ritegno.
A ogni richiesta di chiarimento e a ogni lamentela rispose con una pratica sequela di: «Occhio al gradino! Dritto. Aspetta, ora devi girare a destra.»
Tutte indicazioni molto utili e assolutamente perfette per evitare di dare a Stéphane la benché minima spiegazione.
Ma lui per primo si sentì parecchio sollevato quando raggiunsero il bordo della pista.
Riuscì a far sì che Stéphane si potesse appoggiare al cancelletto di accesso al ghiaccio e lo avvisò che stava per aiutarlo a levare i coprilama dai pattini.
Fu agevolato il più possibile, ma per riuscirci dovette comunque chinarsi fin quasi a inginocchiarsi ai suoi piedi.
Durò un attimo ma Brian fu felice che Stéphane non potesse vederlo arrossire.
A fissarlo dal basso in alto, dopo aver liberato le lame dalle protezioni in gomma, si era sentito come in procinto di porgergli un anello di diamanti nella più classica delle scatoline di velluto rosso, e l’idea gli era parsa prematura, certo, ma comunque non spiacevole come avrebbe potuto immaginare.
Si rialzò di scatto, levando i coprilama anche dai propri pattini con un gesto quasi brusco e un po’ imbarazzato e spingendo con foga il cancelletto per aprirlo.
Non era il caso di correre troppo, in fin dei conti negli ultimi tempi aveva già compiuto diversi passi da gigante.
Quella riflessione lo riportò al presente e Brian si rese conto che il suo sollievo era stato solo parziale e momentaneo.
Altro che proposte di matrimonio. Anche solo così, ora che erano arrivati al dunque, si sentiva davvero agitato come una stupida scolaretta o come quando faceva quel sogno orribile in cui provava a saltare e malgrado tutti i suoi sforzi rimaneva incollato al ghiaccio e si sentiva perfino peggio che dopo una caduta.
Ecco, a quel punto non c’era più nulla che fosse davvero solo in suo potere.
Una parte della magia tornava a dipendere anche da Stéphane e sarebbe stato lui a decretare se funzionava o meno e se era davvero possibile ritrovarsi insieme a lui nel pieno dell’inverno malgrado fuori l’estate fosse esplosa già da un pezzo.
Brian aveva fatto tutto il possibile, e oltre non poteva andare.
Sarebbe stato di nuovo dicembre, come lui sognava, solo se Stéphane l’avesse voluto davvero. Oppure quei due giorni perduti che si erano impressi nel suo recente passato e avevano finito per dilatarsi come piccole ma pressanti voragini sarebbero mancanti per sempre all’appello, e forse una parte dei suoi sentimenti ne sarebbe rimasta congelata, per quanto potesse essere difficile accettarlo.
Perciò per un istante ebbe quasi la tentazione di lasciar perdere, di inventare una scusa e fare marcia indietro.
Ma in fondo non era mai stato il tipo di persona che evitava di lanciarsi nel vuoto solo perché esisteva la probabilità di non cadere in piedi. E fermarsi proprio in quel momento, oltre a essere impossibile, sarebbe equivalso ad avere una chance di eseguire il salto più difficile di tutti e rimanere inchiodato a terra per non averci provato davvero.
Una cosa che non si sarebbe mai perdonato. La sua coscienza gliel’avrebbe rinfacciato a vita, ben peggio di come faceva per il torto di aver mancato alla parola data.
Quindi cercò di concentrarsi e di incanalare l’adrenalina nella maniera migliore, come avrebbe fatto in gara, in modo che nelle vene gli scorressero energia e volontà, anziché paura e disagio. Però fu solo quando prese le mani di Stéphane nelle sue che riuscì a calmarsi davvero.
Si era immaginato il contrario e ne fu stupito.
Si sarebbe piuttosto aspettato che l’attimo di non ritorno, quello in cui tutto smetteva di essere immobile e sospeso, sarebbe stato il peggiore, e invece toccare finalmente Stéphane, pelle a pelle, per la prima volta da quando si erano incontrati lo fece sentire molto più sereno.
Stéphane d’altro canto era come ammutolito. In completo silenzio aveva stretto le sue mani e poi era rimasto quieto e immobile ad aspettare la sua prossima mossa, quasi in allerta.
Brian si chiese se non avesse intuito che stavano per arrivare al momento cruciale.
Rispose a se stesso decidendosi a varcare il cancelletto e a muovere un passo all’indietro sul ghiaccio. Poi si diede una spinta decisa e iniziò a scivolare rapido verso il centro della pista, trascinando con sé Stéphane, ancora in un silenzio perfetto ma un po’ teso.
Fu piacevole riconoscere la sensazione del ghiaccio che scorreva sotto le lame dei pattini in quel modo così fluido e privo di sforzo da dare l’illusione che fosse tutto quello che avevano intorno a scivolare via al loro posto.
E mentre si fermavano proprio nel punto esatto che aveva avuto in mente – lui con maggior dolcezza e Stéphane, privo di riferimenti visivi com’era, con un po’ più di impeto, tanto da finirgli quasi tra le braccia – Brian ne approfittò per guardarsi intorno nella penombra della grande sala rettangolare e controllare che tutto fosse a posto.
Constatò con sollievo che lo era, salvo per il fatto che un paio di macchinari dovevano ancora essere accesi e che diverse luci, invece, dovevano essere spente. Ma a quello intendeva pensare di persona e all’istante.
Lasciò andare le mani di Stéphane e pattinò via, allontanandosi svelto prima di subire qualche nuova tentazione.
«Stai fermò lì!» gli intimò, compiendo una breve virata per ripassargli accanto senza che Stéphane potesse vederlo, prima di dirigersi di nuovo a bordo pista. «Ancora un attimo di pazienza.»
Lo vide rabbrividire appena e sorrise. Certo doveva essere strano sentirsi sfiorare in quel modo dalla sua voce senza poterlo vedere né fermare. Cosa, quella, che Stéphane aveva davvero provato a fare, allungandosi sul ghiaccio con un braccio proteso nella sua direzione, ma comunque un po’ troppo lontano per riuscirci davvero.
«Solo un momento» gli ripeté, e cercò davvero di essere il più rapido possibile nel fare tutto ciò che doveva.
Non era un tecnico e non si era mai trovato a doversi occupare di persona di quel tipo di dettagli, ma gli operai gli avevano spiegato tutto per filo e per segno e non gli fu difficile cavarsela abbastanza velocemente.
Non appena le luci furono esattamente come le voleva e i primi fiocchi di neve finta iniziarono a volteggiare nell’aria si tuffò di nuovo a testa bassa sul ghiaccio, divorando la pista a grandi falcate un po’ ansiose.
Stéphane era ancora là dove l’aveva lasciato, fermo e inconsapevole davanti all’elaborata scenografia che di norma lì a Courchevel veniva utilizzata solo per il famoso gala invernale.
Il finto chalet con il suo tetto di legno a spiovente e i grandi abeti di serra svettavano alle sue spalle senza che ancora Stéphane avesse il minimo sospetto della loro esistenza, e Brian chiuse a sua volta gli occhi proprio mentre gli si bloccava accanto.
Sentì il cuore accelerare i battiti e si chiese per l’ultima volta se l’immagine di Stéphane che pattinava con lui in quello scenario così artificioso sarebbe mai riuscita a sostituirsi davvero con quella, sempre solo sognata ma fino ad allora ben più nitida, di una baita deserta e di un lago ghiacciato che forse non avrebbe mai visto.
Poi si concesse di provare davvero a sperarci.
«Ora puoi guardare» disse, e riprese a farlo lui stesso.
Stéphane si levò la benda con un unico gesto impaziente e di nuovo Brian si ritrovò ad arretrare di un paio di passi, d’istinto, senza sapere nemmeno lui bene il perché.
Lo osservò guardarsi intorno e addirittura compiere un vero e proprio giro su se stesso per avere una migliore visuale d’insieme.
Seguì i suoi occhi mentre si posavano spalancati sul legno della scenografia, e su sino alla punta dei tre grossi abeti che gli era costato una fortuna procurarsi per poi farli arrivare fin lì nascosti in un camion simile a quelli che di norma trasportavano l’attrezzatura degli addetti alle luci. C’era da ringraziare il cielo che, per quanto tutti li associassero sempre all’inverno, gli abeti fossero alberi sempreverdi, ma non era comunque una cosa tanto comune che qualcuno ne ordinasse tre in pieno giugno.
Gli operai non avevano fatto che commentare incuriositi e lui si era astenuto dall’allungare loro un’ulteriore mancia troppo consistente solo perché facendolo sarebbe solo riuscito a convincerli che c’era davvero sotto chissà cosa.
Ma in quel momento Brian non ci pensava, riusciva solo a spiare il modo in cui Stéphane continuava a osservare sbalordito ogni piccolo dettaglio, compresi i fiocchi che planavano giù leggeri come neve vera, e il grande telone che nascondeva almeno in parte uno degli spalti.
Quello era stato più semplice da ottenere. A Brian era bastato commissionarlo a una ditta che di norma creava teli e pannelli pubblicitari. Aveva scaricato da internet la foto più panoramica di Bürchen che gli fosse riuscito di trovare, l’aveva inviata a chi doveva stamparla su quell’enorme cartellone e poi se l’era fatto recapitare al momento giusto direttamente lì a Courchevel.
Si chiese se Stéphane avesse riconosciuto il villaggio, con le sue casette tanto pittoresche, e nel farlo si accorse che non riusciva più ad aspettare.
Se avesse atteso ancora solo un istante sarebbe entrato nel panico, oppure esploso.
Scoccò un’ultima occhiata a Stéphane che ancora fissava la gigantografia dei monti svizzeri con il viso illuminato da un inequivocabile stupore e poi lo raggiunse con un unico rapido slancio.
«Buon Santo Stefano» augurò, sentendosi un po’ a corto di fiato e poi lo baciò, proprio come avrebbe dovuto fare allora, l’8 di dicembre, il secondo di quei due giorni d’inverno che non erano mai arrivati.
Il calore delle sue labbra lo tranquillizzò più ancora di quanto avesse fatto il tocco delle sue mani e per un momento gli fu difficile staccarsene. Così continuò a baciarlo senza pensare più a niente, finché i minuscoli fiocchi di neve finta non cominciarono a piovere anche sui capelli e sul viso di entrambi.
«Benvenuto a Bürchen» disse mentre interrompeva il bacio, pur senza smettere di tenere Stéphane allacciato per la vita.
Rimase stupito di quanto il suo tono fosse suonato basso e roco e dovette accorgersi che, per quanto in quel momento si sentisse molto più sereno e felice rispetto all’inizio della serata, il nodo di ansia e aspettativa che per tutto il tempo gli aveva tormentato la bocca dello stomaco non si era affatto sciolto. Era solo risalito a cercare di bloccargli la gola.
«Tu sei matto…» Non trovò traccia di derisione nelle parole di Stéphane, ma le sue mani si aprirono comunque a lasciar scivolare via la stoffa serica del piumino che, subito dimentica del suo tocco, tornò a gonfiarsi in un istante.
Stéphane pattinò indietro di un paio di passi, guardandosi intorno ancora una volta, e lui lo lasciò andare senza accorgersi di avere un labbro stretto tra i denti.
Lo osservò darsi lo slancio per avvicinarsi al finto chalet e poi virare all’ultimo secondo, e ruotare su se stesso per poter prendere velocità e continuare a scivolare senza dover dare le spalle all’imponente scenografia.
Se lo vide passare accanto, e non fece nulla per fermarlo. Si limitò a trattenere il fiato mentre Stéphane ripeteva: «Sei matto».
Sì che lo era, altrimenti non avrebbe mai cercato di trasformarsi in un mago che poteva evocare le stagioni a piacimento, malgrado in realtà non fosse che un comune mortale che provava a non lasciarsi divorare dall’ansia e dal terrore del ridicolo.
Certo che era matto, visto che se ne stava lì sotto la nevicata più finta del mondo ad aspettare di capire se l’uomo che amava sarebbe riuscito ad aiutarlo a far diventare tutto vero.
A parte il freddo, ovviamente, quello lo sentiva sul serio, proprio come se fosse stata una notte d’inverno. E non era certo per via del ghiaccio.
Semmai era che gli sembrava di avere qualcosa di gelato dentro il petto e più Stéphane si allontanava verso il fondo della pista, quasi certamente alla ricerca di un colpo d’occhio più ampio, più quella sensazione si faceva intensa e a tratti quasi dolorosa.
Se non era matto senza dubbio stava per diventarlo.
Avrebbe voluto fare qualcosa per spezzare la tensione, anche solo muoversi, raggiungere Stéphane o rispondergli, ma non riuscì a fare nulla se non stringere appena i pugni e cercare di prendere un lungo respiro.
Poi Stéphane arrivò proprio in fondo alla pista e senza mai fermarsi compì una nuova rotazione e continuò il suo largo giro tornando verso di lui.
Da quel momento in poi Brian si sentì come se qualcuno avesse preso il suo cuore tra mani non troppo gentili e avesse deciso di spostarlo dal suo naturale alloggio solo per depositarlo tra le sue tempie.
Gli parve di sentire ogni battito farsi praticamente assordante mentre da lento e cadenzato il pulsare del sangue nelle sue vene si faceva sempre più svelto e ossessivo.
Il suo cuore stava suonando con forza il ritmo di tutte le sue paure e Stéphane, anche se non se ne rendeva conto e di sicuro non era impegnato in nessuna evoluzione, ci stava pattinando sopra con la solita grazia e leggerezza.
Brian si ritrovò a pensarlo di punto in bianco e il nodo che aveva in gola si strinse definitivamente bloccandolo sull’orlo di quella che sarebbe anche potuta diventare la più sonora delle risate.
Perché l’immagine che la sua mente aveva appena formulato era a suo modo davvero buffa e lui era il re dei cretini per mettersi in testa simili paragoni.
Però non rise, non ci riuscì, anche se preferì non indagare oltre sul perché.
E non ne ebbe nemmeno il tempo.
Stéphane aveva accelerato e l’aveva raggiunto con appena un paio di lunghe e svelte falcate.
Fece un ultima giravolta mentre si fermava e Brian lo sentì mormorare di nuovo: «Matto…»
Questa volta fu a malapena percettibile, come se Stéphane in realtà lo stesse dicendo solo a se stesso, e nel tono Brian poté cogliere ancora stupore, ma nemmeno un briciolo di derisione o di rimprovero.
Poi Stéphane riportò lo sguardo verso di lui e lo afferrò per i bordi del piumino.
Il modo possessivo in cui Stéphane lo costrinse a chinarsi un po’ e lo baciò senza tante cerimonie mutò all’istante la sua sensazione di gelo in una vampata così calda da incendiargli anche le guance.
Le dita di Stéphane che gli solleticavano la nuca gli provocarono una piacevolissima scarica di sollievo e adrenalina, troppo ben amalgamate per poterle davvero distinguere l’una dall’altra, e le sue mani corsero d’istinto a perdersi tra i capelli del compagno, spettinandoli senza rimorso.
Questa volta, quando il bacio fu finito, Stéphane rimase per un istante con il viso incastrato nell’incavo del suo collo, come se volesse imprimersi nella memoria il suo profumo.
Fu mentre le sue labbra ancora gli aleggiavano sul collo che Brian provò finalmente la liberazione di riuscire ad assolversi per quello che era successo a dicembre.
«Lo sai che ti avevo già perdonato.» Stéphane non aveva detto altro, ma a lui era bastato per capire che da quel momento in poi sarebbe stato vero per entrambi e che anche la sua coscienza avrebbe smesso di tormentarlo.
Quando lo lasciò andare di nuovo non ritrovò più la fitta di angoscia di poco prima.
Al contrario lo guardò compiere un paio di velocissime piroette sul ghiaccio e sorrise, perché non assomigliavano per nulla alle sue solite trottole o anche solo alle trottole di un principiante, ma gli avevano ricordato il modo istintivo e gioioso in cui le bambine che a volte allenava a Poitiers si divertivano a dimostrargli il loro entusiasmo.
Sorrise ancora di più quando Stéphane arrivò fino al bordo della scenografia – che lui aveva fatto montare un po’ rialzata, quasi fosse davvero una di quelle casette a palafitta che si ostinavano a rimanere in piano anche sul più ripido dei pendii di montagna – e si issò a sedere sul legno, per poi restare a fissarlo con le braccia allargate dietro la schiena e lo sguardo felice e acceso di evidente appagamento.
In quel preciso istante Brian sentì che la pista ai suoi piedi diventava davvero un lago ghiacciato di montagna, e i suoi muscoli si sbloccarono del tutto.
Raggiunse Stéphane con gli angoli della bocca che ancora puntavano con decisione all’insù, e non gli fu facile riuscire a cambiare espressione prima di parlare, ma si sforzò di assumerne una sufficientemente seria perché non c’era nulla di leggero in quel che aveva da dire.
«Scusami» iniziò col ripetere, imponendosi di guardare Stéphane dritto negli occhi. «Lo so che l’hai già fatto ma so anche che sono stato un vero idiota.»
Stéphane lo prese per un polso e accennò a interromperlo, ma Brian non gliene diede modo.
«Sono stato un cretino, Stéphane» riprese, ingoiando l’orgoglio con molta meno fatica di quanto avrebbe creduto. «Volevo quei due giorni per noi a dicembre proprio come li volevi tu, e invece ho lasciato che altri impegni ci rovinassero tutto. Come uno stupido e come se anche tu non avessi un mare di cose importanti di cui occuparti. E…»
Fece una brevissima pausa solo per costringersi a non pensare al fatto che aveva rubato a Stéphane anche tempo utile ad allenarsi per una gara, che forse non era stata tra le più difficili ed esaltanti della stagione appena trascorsa, ma che era pur sempre stata una competizione e in quanto tale gli faceva sentire il peso di un’ulteriore aggravante.
Decise che avrebbe chiesto scusa più nel dettaglio anche per quella specifica mancanza, ma non in quel momento. Prima c’era qualcos’altro che voleva dire.
Qualcosa che ormai si teneva dentro a fatica da mesi.
Così non fu poi troppo difficile lasciarsi scivolare di bocca un «Ti amo» un po’ tremolante, ma sincero.
Lasciò che quelle due parole brevi eppure ingombranti riempissero tutto il silenzio del pattinodromo e per una manciata di lunghissimi istanti non aggiunse nient’altro.
Voleva che Stéphane le capisse prima ancora che ascoltarle.
Non era nemmeno la prima volta che gliele diceva, ma ora ogni singola sillaba aveva un peso ben diverso e ci teneva che lui potesse accorgersene.
La maniera del tutto automatica in cui Stéphane si portò una mano al petto, come faceva sempre quando era particolarmente emozionato, lo ripagò del fatto di aver dovuto aspettare per mesi prima di arrivare a quel momento tanto cruciale.
Ma anche questa volta bloccò il compagno prima che potesse replicare.
«Posso chiederteli ora quei due giorni, Stéphane? Magari non me li sono meritati ma posso chiederteli di nuovo? Anzi, posso avere anche qualche giorno in più? Ti giuro che questa volta non mi tirerò indietro e non ci sarà nulla che possa farmi cambiare idea.»
Stéphane gli sembrò incerto. Non tanto come se fosse indeciso se accettare o meno, quanto piuttosto come se non si sentisse sicuro di aver capito bene la sua proposta.
«Mi stai chiedendo di andare a Bürchen ora?» chiese, a dimostrazione dell’intuizione di Brian, e lui fu costretto a scuotere il capo.
Sospirò appena e gli sedette accanto, guardando in alto verso il telone, con le sue montagne solo fotografiche, e per un attimo si sentì di nuovo il cuore pesante.
«No» lo disse davvero con una vena di rimpianto, anche se era più che convinto del progetto alternativo che aveva in mente. «Al momento l’unica baita in mezzo ai boschi che posso offrirti è questa. Questa è l’unica Bürchen che posso regalarti.»
E mentre lo diceva fu davvero dispiaciuto di non avere altro da offrire se non un palaghiaccio addobbato come per il più classico dei gala natalizi, ma si sentì meglio al pensiero che stava per chiedere a Stéphane qualcosa di decisamente più importante di una breve vacanza invernale che avrebbero sempre avuto modo di concedersi in futuro.
«Potremmo sempre andarci un’altra volta» gli promise. «Quando vuoi tu.»
Poi si voltò per riuscire a guardarlo di nuovo negli occhi.
«Per ora voglio solo godermi questa serata con te. E poi vorrei che tu mi dicessi di sì. Devi concedermi almeno tre o quattro giorni in cui chiudere fuori il mondo. Possiamo restare qui a Courchevel, se per te va bene. Tu, io e nessun altro. Se… beh, se ti va.»
Stéphane annuì e sorrise. «L’ho detto che sei matto, Brian» lo prese in giro con un’aria così felice che lui ne ricavò la forza per concludere.
«Ottimo. Però solo un paio di giorni non mi bastano. Lo so che sei stanco e che di sicuro hai voglia di tornare in Svizzera, ma ho bisogno che resti almeno un giorno in più. Anche due se te la senti…»
Stéphane sollevò le mani aperte in un gesto più che esplicito e gli sorrise a sua volta.
«Sì… Oh, certo che sì!» accettò con calore. «In questo momento posso darti un’intera settimana. È che… non me lo aspettavo, ma sai che ne sarò davvero felice.»
Brian annuì a sua volta. Più che saperlo con certezza l’aveva sperato.
Proprio come in quel momento sperava che anche l’ultima delle sue proposte sarebbe stata accolta con lo stesso entusiasmo privo di remore.
«Allora spero che sarai felice anche di venire con me a Poitiers, Stéphane. È lì che vorrei portarti quando avremo finito la nostra piccola vacanza qui a Courchevel. A Poitiers. A casa.»
L’espressione sbalordita che trasformò i lineamenti di Stéphane, illuminandoli ancora di più, superò di gran lunga qualunque altro segno evidente di stupore che gli si fosse disegnato sul viso fino ad allora.
Brian se ne sentì orgoglioso e soddisfatto come lo sarebbe stato di sfoggiare una medaglia d’oro sul gradino più alto del Podio dei Podi.
«A casa?»
La domanda suonò talmente incredula che lui riuscì a malapena a trattenere l’impulso ridanciano di prenderlo un po’ in giro per essersi esibito in un’eco tanto perfetta.
Ma alla fine riuscì a rimanere impassibile e fece un profondo cenno di sì col capo.
«A casa mia a Poitiers» ripeté, lasciando a Stéphane il tempo di assaporare le parole e di metabolizzarne il significato.
E poi, prima di ricevere in cambio qualunque altra domanda, aggiunse con la massima serietà possibile: «Ho parlato con mia madre… con tutta la mia famiglia, a dire il vero. Ormai sanno di noi da… da tre mesi, più o meno.»
Gli occhi di Stéphane, per quanto sembrasse un’impresa impossibile, si spalancarono ancora di più, e la sue dita strinsero il polso di Brian con maggior forza. Addirittura con un’intensità tale da fargli avvertire un pizzico di dolore.
Brian però non si sottrasse, non disse nulla e non provò nemmeno a lamentarsi perché era fin troppo evidente che Stéphane non si era accorto di averci messo così tanta forza.
«Hai detto ai tuoi che stiamo insieme?» Fu quasi una sofferenza accorgersi di quanto Stéphane faticasse a crederci. «L’hai detto a tua madre… è… oh…»
Brian lo interruppe prima di perdersi in una nuova serie di recriminazioni mentali sul proprio comportamento passato e su quanto era stato stupido, egoista e pieno di timori inutili.
«Era ora che lo sapessero» constatò lapidario come se non avesse mai avuto la minima esitazione. Lo affermò senza un rimpianto, prima di specificare: «Ci hanno messo un po’ ad abituarsi all’idea, ma ora va bene. Alex e Sarah non vedono l’ora di conoscerti sul serio e mamma… beh, lei ti conosce già, in un certo senso, ma… ti aspetta a Poitiers. Davvero. Credo che se non verrai le spezzerai il cuore, quindi devo chiedertelo di nuovo, Stéphane: vuoi venire a casa con me e conoscere la mia famiglia?»
La prima risposta che ottenne fu di farsi afferrare di nuovo per il bavero del piumino e di ritrovarsi senza fiato mentre Stéphane lo baciava in maniera quasi selvaggia.
La seconda, meno esplicita ma per lui altrettanto inequivocabile, arrivò solo dopo che si furono ricomposti. Fu una risposta fatta di gesti prima ancora che di parole.
Una volta che ebbe smesso di baciarlo, Stéphane si sdraiò a occhi chiusi sul legno della pedana, restando immobile e in silenzio per un attimo infinito.
Fu come se avesse fermato il mondo.
L’unico movimento che Brian riusciva ancora a percepire era l’alzarsi e l’abbassarsi del diaframma di Stéphane nel respiro, e la maniera forse del tutto inconscia in cui lui si umettava le labbra, quasi volesse continuare a sentire il suo sapore.
Brian praticamente non si accorse di essersi chinato per baciarlo di nuovo, sfiorandogli le labbra e il viso con lentezza e con una lievità quasi casta mai sperimentata prima.
Si rese conto di averlo baciato davvero solo quando Stéphane gli premette una mano al centro del petto, lo sospinse piano perché si allontanasse, e poi si rimise seduto.
Incapace di dire anche una sola parola, tirò il fiato e lo guardò stiracchiarsi come se si fosse appena svegliato da un sogno lungo e piacevole.
Un attimo dopo Stéphane si alzò in piedi, tornò a posare le lame dei pattini sul ghiaccio e gli tese entrambe le mani.
«Non volevi pattinare con me sul lago ghiacciato?» chiese con un sorriso complice e provocatorio.
Lui annuì e fece per afferrargli le mani, ma Stéphane gli sfuggì con una rapida spinta dei fianchi che lo proiettò indietro di diversi metri.
Brian lo guardò ridere di cuore e si gettò al suo inseguimento senza esitazioni, sentendosi felice come un bambino per tutto il tempo in cui lo rincorse sul ghiaccio. Filò a tutta velocità nella sua scia per un bel pezzo, evitando accuratamente di riuscire a prenderlo solo per godersi quella sensazione tanto stupida e infantile di gioia perfetta e di leggerezza assoluta.
Stéphane, dal canto suo, non fece che fintare, scartare, e cambiare direzione all’infinito solo per sfuggirgli e perché, com’era evidente, condivideva la sua stessa gioia un po’ folle.
Nessuno dei due sarebbe stato in grado di dire quanto a lungo continuarono a giocare come due cuccioli sciocchi e del tutto spensierati.
Alla fine, comunque, si fermarono fianco a fianco, entrambi un po’ ansanti e con le mani puntellate sulle ginocchia.
Malgrado avesse corso tanto quanto lui, Stéphane si riprese per primo e gli ruotò intorno con indolenza, le braccia e le gambe allargate per potersi inclinare il più possibile sul filo dei pattini. Non perché ce ne fosse bisogno ma solo perché aveva voglia di farlo e perché pareva divertirsi un mondo nel farlo ammattire, visto che Brian continuava a cercare di fissarlo comunque negli occhi.
«Dovrò comprare un regalo per tua madre» disse con una finta noncuranza alla fine di un paio di giri che l’avevano riportato proprio al punto di partenza. Ma la sua tranquillità tanto ostentata non mascherò affatto né l’emozione nella sua voce né la vena di imbarazzata contentezza che la coloriva. «Dovrai suggerirmi tu qualcosa. Non ho idea di cosa potrebbe piacerle.»
Brian questa volta rise davvero e aspettò che anche un terzo giro, molto più lento degli altri, diventasse un circolo completo e perfetto.
«Tu le piacerai di sicuro» sentenziò poi. «Sono pronto a scommetterci. Principino sussiegoso e beneducato che non sei altro…»
Stéphane smise di pattinargli intorno e scoppiò anche lui in una fragorosa risata.
«Grazie» quasi singhiozzò la prima sillaba mentre reprimeva le ultime tracce di ilarità. Lo fissò di nuovo negli occhi e lo ripeté con maggior enfasi. «Ti ringrazio, questo è davvero il più bel Santo Stefano a sorpresa che io abbia mai festeggiato.»
Non aggiunse altro, ma lo rinchiuse a viva forza in un abbraccio che a malapena gli lasciò lo spazio per ricambiare.
Brian lo lasciò fare e sentì che qualcosa si scioglieva una volta per tutte dentro di lui.
Avrebbe potuto affermare che la pensava all’incirca nello stesso modo e che per essere una notte di giugno quella era la più bella serata d’inverno che gli fosse mai capitato di vivere e di potersi imprimere nella memoria.
Ma non credeva che fosse il caso di mostrarsi melenso e sentimentale fino a quel punto.
Decise che per quel giorno era stato già abbastanza pazzo e sdolcinato e si limitò a rispondere ancora una volta: «Benvenuto a Bürchen, Stéphane».
«Benvenuto a Bürchen» gli mormorò un’ultima volta anche tra i capelli.
E si accorse che ormai non aveva più dubbi, nemmeno uno al mondo.
In realtà quello che non vedeva l’ora di potergli dire era: «Benvenuto a Poitiers, Stéphane. Benvenuto a casa.»




Nota finale: Partecipare a questo Calendario dell'Avvento - a parte l'onore di essere stata chiamata a far parte di un'iniziativa così carina e originale - è stato divertentissimo. I temi proposti, così come l'idea di base, mi hanno subito stuzzicata. Ho voluto giocare coi alcuni dei concetti suggeritici dagli organizzatori e ne è venuto fuori questo racconto, nato dalle mie elucubrazioni sul dicembre, sul Natale e sull'idea di "inverno inoltrato".
Grazie a questa iniziativa ho potuto scrivere un racconto al quale tengo molto e che forse non avrei mai scritto altrimenti.
Mi pare quindi più che doveroso dire grazie a chi ha partorito e organizzato un'iniziativa così bella e piacevole.
Davvero grazie di cuore. E buon "inverno" ;)



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