Rating: 14+
Personaggi: Mangiamorte, Neville Paciock, Severus Piton
Genere: Angst, Introspettivo
Note: Missing Moment
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Capitolo pubblicato il 28-06-2009
Commenti al capitolo - 2
Questa fanfiction non è a scopo di lucro. I personaggi appartengono ai rispettivi ideatori e detentori di Copyright.
Nota: Questa storia si ispira, col consenso e la benedizione dell'autrice, alla bellissima Twilight of Innocence di Graffias, che ho avuto il piacere di betare. Ne ho infatti ripreso alcune battute di dialogo, che trovate segnate in nota. Ho cercato in questa storia di immedesimarmi nel punto di vista di Severus nel suo anno da Preside, spero di esserci riuscita almeno un po'.
Rosso
You only see what your eyes want to see
(Frozen, Madonna)
Aprile 1998
Correva, senza sapere dove. A ogni svolta trovava altri corridoi e altre scale, che lo riportavano inevitabilmente sui suoi passi. Il mondo era carminio. Rosso, rosso bruno che gli annebbiava la vista e sembrava colare dalle pareti, dal soffitto, dalle sue stesse mani. Poteva sentirlo penetrare nelle narici, fino in fondo ai polmoni: il gusto acre e salino del sangue, quel sapore di ruggine che inebria e disgusta allo stesso tempo, gli inondava la gola soffocandolo.
Ed era ancora una volta in cima alla torre; gli occhi gravi e limpidi di Silente lo guardavano, in una muta supplica, ma appena alzava la bacchetta gli occhi e le parole cambiavano, duri: “Io ti disprezzo” era la feroce sentenza. E allora il mondo vorticava, in un uragano rosso di dolore, e con lacrime che non si era mai permesso di versare vedeva l'unica possibilità di scampo.
Cadeva dalla torre, cadeva nel buio e nel nulla, e il nero del vuoto sostituiva il rosso.
Soffocando un grido si svegliò di colpo, ansante e sudato, per l'ennesima volta in quell'anno.
A nulla erano servite pozioni e polveri, dai più blandi sonniferi a quelli più potenti: continuava a fare quel sogno, inesorabilmente, e ogni volta si aggiungevano particolari nuovi. Questa volta gli occhi di Silente si erano tramutati in un paio di occhi verdi e brillanti, gli occhi di Potter. No, gli occhi di Lily. Si alzò a fatica dal letto, deciso a non rimetterci piede finché non fosse stato troppo stanco anche per sognare, e si diresse verso il bagno. Si sciacquò la faccia e poi prese a lavarsi le mani, freneticamente. Anche quello era un regalo dell'anno trascorso e degli incubi che lo perseguitavano: lavarsi le mani era diventato un'ossessione. Per quanto continuasse a lavarle, continuava a vedervi macchie inesistenti, e a sentire la consistenza densa e calda del sangue. Si soffermò a pensare all'ironia della psiche umana: non aveva mai tecnicamente versato il sangue di nessuno, gli incantesimi uccidevano e torturavano in una maniera pulita che i babbani si sognavano. Eppure, il sangue restava. Restava sulle sue mani, restava sul suo cuore, pesante come piombo.
Si guardò allo specchio: le occhiaie cominciavano ad essere preoccupanti, ben oltre le sue intenzioni. Stava cominciando ad assomigliare pericolosamente a Bellatrix, solo senza quella luce folle nello sguardo. Un sorriso amaro gli stirò gli angoli della bocca: forse avrebbe dovuto farsi prestare qualche cosmetico, per rendersi più presentabile, dopotutto non era più il più truce fra gli insegnanti. Ma subito l'ironia di quel pensiero svanì, lasciandogli l'amara consapevolezza che c'era un altro giorno da affrontare. Un altro giorno in cui impedire ai Carrow di eccedere nella loro follia, un altro giorno in cui proteggere gli studenti indossando la maschera del Mangiamorte. Ringraziò qualunque dio lo stesse ascoltando che i Carrow non fossero tra i più perspicaci dei seguaci di Voldemort: aveva la sensazione che non avrebbe potuto continuare a lungo a recitare quel ruolo. Una persona più perspicace, avrebbe finito con l'accorgersi di cosa si celava dietro le sue occhiaie, dietro la sua strenua difesa degli studenti dalle punizioni più barbare, a cui opponeva il decreto di Voldemort di non sprecare sangue di mago. Suo malgrado sorrise pensando alla strenua resistenza di Paciock e dei suoi amici, dannati Grifondoro, sempre a fare gli eroi. Ma non poteva impedirsi di ammirarli almeno un po' per il loro coraggio, anche se questo rendeva sempre più difficile proteggerli. E lui, sarebbe riuscito a fare tutto quello che doveva? Camminava sul filo di un rasoio, il cammino stretto e ripido del dovere, ma fino a quando avrebbe retto? I suoi nervi cominciavano a cedere.
Non gli ci era voluto molto per capire cosa stava succedendo: era bastata un'occhiata alla facce pallide e spaurite degli studenti, e una in sala grande. Il corpo martoriato di un ragazzino del primo anno pendeva dal soffitto, appeso a lunghe catene. Maledetti pazzi.
-Gazza!- tuonò nell'ingresso, lottando contro la furia che gli montava dentro.
-Sì, preside?- rispose con voce melliflua il custode.
-Togli subito quel ragazzo di lì e portalo in infermeria. Subito.- sibilò senza mezzi termini. L'aria rammaricata che assunse il custode non gli piacque per niente.
-Oh, ma i professori Alecto e Amycus...-
-Gazza, devo forse ricordarti chi è il Preside qui? Slegalo. Ora. O dirò al Consiglio quale custode negligente tu sia.- aveva parlato a voce bassa, la mano appena posata sulla bacchetta, ma non ebbe bisogno d'altro per farsi obbedire. Gazza abbassò gli occhi e si dileguò.
Respirò a fondo per cercare di calmarsi e dileguare la foschia rossa che gli stava annebbiando la vista, il cuore gli rombava nelle orecchie e si accorse che le mani gli tremavano.
Calma, cercò di imporsi su se stesso. Ma non aveva mai provato una furia simile.
Vecchio pazzo, accusò mentalmente Silente, guarda a cosa ci hai portato! Ho dato l'onore e l'anima per te, ma tu vuoi il mio sangue.
Non ebbe il tempo di riprendersi perché venne travolto da una pallida, sconvolta e infuriata McGrannit -Piton!- lo apostrofò -Ordina subito ai Carrow di lasciare Michael Corner!- Severus strabuzzò gli occhi.
-Minerva, sono arrivato da due minuti, di cosa stai parlando?- le chiese scrutandola in volto, e notando la voce roca e il brillare delle lacrime sulle ciglia. Sull'orlo del pianto.
Non è colpa mia! Avrebbe voluto urlare E' Silente che me l'ha chiesto! Ma era inutile. Sapeva che era colpa sua. Una colpa che avrebbe mai potuto redimere, poteva solo sperare di espiarla.
-Michael Corner- continuò la McGrannit -ha cercato di liberarlo...e loro l'hanno preso!-
Non c'era tempo per pensare.
Come una furia, senza dire una sola parola, si diresse ai sotterranei, il mantello nero che volteggiò dietro di lui, come un lugubre presagio.
Non c'era bisogno di chiedere: le urla di Michael rimbombavano per il corridoio, e insieme alle sue quelle di qualcuno che cercava invano di aprire la porta dietro cui si erano asserragliati i Carrow, e non potendo cercavano di fargli coraggio. Non faticava a immaginare le facce laide dei Carrow che si divertivano, che provavano gusto nell'esercitare la Cruciatus sul corpo inerme di un ragazzino, ed era decisamente troppo. Schifosi. Quando arrivò all'altezza della porta, non vedeva più niente: solo rosso, solo rabbia. Avrebbe voluto ucciderli lì, su due piedi, ma non poteva: per il bene di tutti, doveva continuare a recitare. Con un enorme sforzo di volontà ordinò ai due studenti -Paciock e Finnegan registrò un angolo della sua mente- di togliersi dai piedi, e aprì la porta.
I due Mangiamorte, sorpresi dalla furia dell'incantesimo che aveva scardinato la porta, si voltarono verso Piton, che avanzò verso di loro come se avesse tutta l'intenzione di azzannarli al collo.
-Cosa diavolo credete di fare?- sibilò loro contro. E senza aspettare la risposta avanzò verso il corpo di Michael, svenuto, scostando malamente Neville che si era precipitato dentro appena la porta era stata aperta.
-Dovevamo punirlo...- abbozzò Amycus, ma l'occhiata gelida che Piton gli rivolse bastò a fargli morire le parole in bocca. Non erano poi molto spacconi con chi era più grosso loro. Codardi.
-Un’altra mossa simile e dovrò congedarvi.1- continuò, dando almeno un po' di sollievo a parole alla rabbia che provava. Senza aggiungere altro, salvo intimare a Neville e Seamus di filare nel loro dormitorio, prese Michael in braccio e si diresse verso l'infermeria. Aveva appena voltato le spalle a Paciock quando lo sentì urlargli dietro, furioso.
-Silente avrebbe mai permesso una cosa simile!2
Sì fermò, come se l'avessero colpito alla schiena, poi si girò, serrando i denti per non urlare:
-Paciock, tu non hai idea di cosa abbia permesso Silente!3
Ed era vero, ma era stato lui a raccogliere il tributo di sangue di quelle decisioni. Guardò il corpo martoriato e incosciente di Michael: ora anche quel sangue pesava su di lui.
Quella notte non dormì. Continuava a vedere occhi che lo scrutavano. Lo scrutavano i Carrow, lo scrutavano la McGrannitt e Vitious, lo scrutavano gli studenti. Lo scrutavano gli occhi chiusi di Michael Corner, lo scrutavano gli occhi verdi di Lily Evans, dovunque si trovassero. E con tutti loro doveva continuare a portare la maschera che si era cucito addosso, una maschera fatta di sangue e dolore. Quanto ancora? si chiese, scrutando le stelle fredde dalla finestra.
2 Maggio 1998
Se lo aspettava: una parte di lui l'aveva intuito, quando Voldemort l'aveva fatto chiamare, solo aveva sperato che fosse meno doloroso. Il serpente l'aveva dilaniato, e il sangue usciva copioso dalla ferita, portandosi dietro la sua vita. Serrò i denti per non urlare.
E così tutto finiva. Sarebbe morto da traditore, da Mangiamorte. Proprio una bella fine. Non ti meriti altro, Severus disse la voce impietosa con cui si giudicava da quasi vent'anni. Sentiva le forse svanire, mentre tentava invano di bloccare l'emorragia, e la vista si faceva via via più offuscata. Sto morendo era il pensiero consapevole, lucido. Non aveva paura di morire, anzi, benediva la morte come la più grande delle liberazioni. Solo, non era quello il momento; avrebbe avuto morire sicuro che Voldemort fosse stato sconfitto, o non sarebbe servito a nulla. Tutto il sangue, tutto il dolore, tutta la rabbia non sarebbero serviti a nulla. E non riuscì a ricacciare indietro le lacrime che gli si affacciavano sulle ciglia. Maledizione! Se almeno avesse avuto la possibilità di parlare con Harry, di spiegargli... e come se qualcuno avesse esaudito la sua preghiera, vide il volto di Harry su di lui, sfocato dalla nebbia della morte e delle lacrime, ma quegli occhi verdi erano inconfondibili.
Ma si accorse che era troppo tardi per parlare: le forze lo abbandonavano rapidamente, e ci sarebbe voluta una vita per raccontare ogni cosa. Così, raccogliendo tutta l'energia residua che aveva, consegnò a Harry i suoi ricordi. Tutto quello che era rimasto chiuso a chiave nel suo animo per così tanti anni, tutte le sue paure, tutti i suoi rimpianti e tutto il suo coraggio. Tutto se stesso.
Provò un moto di sollievo nel farlo; forse era solo la morte che si avvicinava, ma c'era qualcosa di purificatore nel consegnare tutto se stesso al figlio di Lily, a colui che aveva giurato di proteggere fino alla morte e oltre, per conservare tutto ciò che gli era rimasto della donna che amava.
Si era infuriato quando aveva capito il piano di Silente, quando aveva scoperto che Harry avrebbe dovuto essere sacrificato: a cosa era servito allora combattere tutti quegli anni? Ma adesso, adesso che guardava Harry negli occhi e finalmente lo vedeva realmente, capiva che era giusto così. Harry era come sua madre, era come Lily: pronto a sacrificarsi per coloro che amava. E lei non avrebbe voluto nulla di diverso da suo figlio, ora lo sapeva.
E mentre la vita lo abbandonava, vide il volto di Harry trasformarsi in quello radioso e sorridente di Lily, che gli tese la mano Bentornato, Severus. Sapevo che avresti trovato la strada.
Lui sorrise, accettando quella mano che tanto aveva agognato: l'aveva perdonato.
Il sangue si allargava sul pavimento sotto il corpo di Severus Piton, impregnando le travi di legno della Stamberga Strillante e lavando via rimorsi e rimpianti e colpe.
Il dolore si era trasformato infine in pace, il rosso si era trasformato in luce.
1Frase presa da Twilight of Innocence di Graffias.
2Idem
3Idem








